Le mille città del Sud

 


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Piano dell'opera di Angelo Renzi

La Barra di Napoli nella storia

11.5b Il Periodo Liberale (1900-1914)

di Angelo Renzi

Ti amo e ti odio. Come questo sia possibile,

non lo so. Ma lo sento. E mi tormento.

(da Catullo)

Né con te, né senza di te,

io posso vivere.

(da Ovidio)

olio su tela, 129x100 cm – anno 1705 (ca.). Tolosa, Musée des Augustins. Francesco Solimena (Canale di Serino, Avellino, 4 ottobre 1657 - La Barra di Napoli, 5 aprile 1747) "Ritratto di donna" Una donna, di cui non si conosce il nome, con i suoi gioielli deposti (o da indossare?) in un piatto d’argento: rappresenta forse, allegoricamente, la città di Napoli ... e perché non La Barra?

 

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La metèora Georges Sorel: 1903-1908

99. In questo contesto, si consumò anche, dal 1903 al 1908, la breve ed ambigua vicenda del cosiddetto “sindacalismo rivoluzionario”, il cui teorico fu il francese Georges Sorel (1847-1922).

 Georges Sorel

100. Il Sorel aveva pubblicato, nel 1903, uno scritto intitolato “L’avvenire socialista dei sindacati”, nel quale teorizzava lo “sciopero generale politico”, come strumento per “dare colpi di martello” al meccanismo di funzionamento della società liberale borghese, fino a provocarne la crisi rivoluzionaria decisiva.

In effetti egli importava così, nell’ambito della tradizione marxista, alcune idee ed ispirazioni arbitrariamente ex-tratte dal sistema filosofico del suo connazionale Henri Bergson (1859-1941), ed indulgeva ad una certa compiacenza “estetica” per la violenza, ad una feroce critica della democrazia, e ad una pericolosa esaltazione del ruolo decisivo delle èlites (= delle minoranze organizzate) rispetto a quello delle grandi masse popolari.

 Henri Bergson

101. Il suo confuso dilettantismo filosofico lo condusse peraltro, in seguito (1908: “Riflessioni sulla violenza”; “Le illusioni del progresso”; “La decomposizione del marxismo”), ad avvicinarsi gradualmente, soprattutto dopo il 1910, alle posizioni della destra monarchica francese e ad assumere posizioni politiche contraddittorie ed ambigue: contrario nel 1914 alla Prima guerra mondiale; ammiratore della Rivoluzione bolscevica nel 1917; convinto sostenitore del Fascismo italiano ai suoi inizi nel 1919, tanto che alla sua morte, nell’agosto del 1922, Mussolini dirà: “E’ a Sorel che devo di più”.

Il suo libro del 1903 ebbe comunque una vasta risonanza nel movimento operaio, anche in Italia.

Il primo sciopero generale in Italia (1904)

102. I socialisti Alceste De Ambris, Arturo Labriola ed Enrico Leone, furono i principali esponenti italiani del “sindacalismo rivoluzionario”: la loro influenza fu decisiva nell’organizzazione del primo sciopero generale nell’Italia unita, nel settembre 1904, in risposta alla uccisione di due contadini in Sicilia; e nello sciopero dei braccianti del Parmense nel 1908.

Questi scioperi, però, mentre fornirono il pretesto al governo per una vasta repressione delle organizzazioni operaie e contadine, si conclusero senza miglioramenti pratici per le masse popolari e provocarono pesanti sconfitte elettorali per i socialisti.

Infine, il X Congresso socialista, svoltosi a Firenze nel settembre del 1908, dopo lo sciopero nel Parmense, sancì l’espulsione dei “sindacalisti rivoluzionari” dal partito.

I socialisti e la guerra di Libia (1911-1912)

103. Poco dopo, fu la guerra coloniale in Libia (1911-1912) a provocare un altro acceso dibattito all’interno al partito, tanto che si tennero due Congressi nazionali: nel 1911 (XII Congresso, subito dopo l’inizio della guerra) e nel 1912 (XIII Congresso, quando la guerra era ancora in corso).

In questo XIII Congresso (Reggio Emilia, 1912), l’ala “intransigente rivoluzionaria”, allora capeggiata da Benito Mussolini, riuscì a conseguire l’egemonia nel partito, eleggendo alla segreteria l’artigiano lombardo Costantino Làzzari (1857-1927), e decretando l’espulsione della destra interna (Bissolati, Bonomi, Cabrini, etc.), per l’appoggio dato da questa corrente alla guerra di Libia, in violazione del principio dell’internazionalismo proletario.

La “settimana rossa” del giugno 1914

104. L’ala “intransigente rivoluzionaria” mantenne la guida del partito anche nel XIV Congresso, l’ultimo prima della Grande Guerra, che si tenne ad Ancona nell’aprile del 1914.

E proprio a partire da Ancona, di lì a poco, dalla domenica 7 alla domenica 14 giugno 1914, si svolsero i fatti della cosiddetta “settimana rossa”.

Le premesse

105. L’opposizione alla guerra di Libia aveva contribuito a rinsaldare e radicalizzare un blocco sociale formato soprattutto da contadini, operai e ceto medio che, alla lotta per rivendicare migliori condizioni di vita e di lavoro, univa adesso una più decisa coscienza anti-colonialista ed anti-militarista.

106. Due fatti, in particolare, avevano scosso l’opinione pubblica:

-      il soldato semplice Augusto Masetti, anarchico, a due anni dalla fine della guerra di Libia, si trovava ancora rinchiuso in manicomio, perché aveva ferito con uno sparo il suo colonnello, mentre questi faceva l’usuale esortazione patriottica alle truppe in partenza per la guerra;

-      un altro soldato, Antonio Moroni, della linea sindacalista-rivoluzionaria, era stato sottoposto a vere e proprie torture, in una delle cosiddette “Compagnie di disciplina dell’esercito”, dove venivano inviati molti giovani di idee “sovversive” per essere “rieducati”.  

La versione degli anarchici

107. Ecco come raccontò gli eventi della “settimana rossa”, alcuni anni dopo, l’anarchico Errico Malatesta (“Umanità Nova”, 28 giugno 1922):

“Da parecchio tempo … specialmente gli anarchici ed i sindacalisti-rivoluzionari si agitavano per ottenere la liberazione di Masetti e l’abolizione delle Compagnie di disciplina.

Conferenze e comizi si moltiplicavano, ma gli effetti erano scarsi e il governo non dava segni di cedere. Si cercava qualche altro modo di manifestazione più clamoroso, che potesse scuotere l’opinione pubblica ed impressionare le autorità.

108. In un comizio in Ancona, un militare lanciò una proposta che fu accolta con entusiasmo. Siccome si avvicinava la prima domenica di giugno, in cui il mondo ufficiale commemorava “la concessione” dello Statuto Albertino, con riviste militari, ricevimenti reali e prefettizi … noi, diceva il proponente, dovremmo impedire o almeno disturbare la festa; convochiamo per il giorno dello Statuto comizi e cortei in tutte le città d’Italia e così il governo sarà costretto a tenere le truppe consegnate in quartiere o occupate in servizio di pubblica sicurezza, e le parate militari non potranno farsi.

L’idea … fu sostenuta e propagata con calore, e quando giunse la prima domenica di giugno, attuata in molte città. Le parate non si fecero: la manifestazione era riuscita, e noi non avremmo per allora spinte le cose più oltre, anche perché andava maturando in Italia un movimento generale e non avevamo interesse a spendere le nostre forze in tentativi isolati. Ma la stupidaggine e la brutalità della polizia disposero altrimenti.

 La Villa Rossa, sede dei Repubblicani di Ancona

109. In Ancona, la mattina le truppe erano restate consegnate e non v’era stato nulla di grave. Nel pomeriggio, vi fu un comizio nel locale dei repubblicani a Villa Rossa, e dopo che ebbero parlato oratori dei vari partiti (fra i quali Oddo Marinelli e Pietro Nenni per i repubblicani e Errico Malatesta per gli anarchici) e spiegato le ragioni della manifestazione, la folla incominciò ad uscire.

Ma alla porta c’era la polizia che intimava di sciogliersi e ritirarsi, mentre poi cordoni di carabinieri chiudevano tutte le strade per le quali si poteva andar via ed impedivano il passaggio.

Ne nacque un conflitto … Tre dimostranti furono mortalmente colpiti: il commesso Antonio Casaccia, di 28 anni, ed il facchino Nello Budini, di 17 anni, entrambi repubblicani, morirono in ospedale, mentre il tappezziere anarchico Attilio Giambrignoni, di 22 anni, affacciato ad una finestra del circolo, morì sul colpo. Vi furono anche cinque feriti tra la folla e diciassette contusi fra i carabinieri.

 La targa in Via Torrioni ad Ancona

110. Immediatamente i tram cessarono di circolare, tutti i negozi si chiusero e lo sciopero generale si trovò attuato senza che ci fosse bisogno di deliberarlo e proclamarlo.

L’indomani ed i giorni susseguenti Ancona si trovò in stato d’insurrezione potenziale. Dei negozi d’armi furono saccheggiati, delle partite di grano furono requisite, una specie d’organizzazione per provvedere ai bisogni alimentari della popolazione si andava abbozzando.

La città era piena di truppa, navi da guerra si trovavano nel porto, ma l’autorità, pur facendo circolare grosse pattuglie, non osava reprimere, evidentemente perché non si sentiva sicura dell’obbedienza dei soldati e dei marinai. Infatti, soldati e marinai fraternizzavano col popolo; le donne, le impareggiabili donne anconetane, carezzavano i soldati, distribuivano loro vino e sigarette, li inducevano a mischiarsi con la folla; qua e là degli ufficiali erano sputacchiati e schiaffeggiati in presenza delle loro truppe e i soldati lasciavano fare e spesso incoraggiavano con cenni e con parole … lo sciopero prendeva ogni giorno di più il carattere di insurrezione …

La prima pagina dell'Avanti! del 9 giugno 1914

111. Intanto il movimento si era propagato con rapidità fulminea nelle Marche e nelle Romagne e già si estendeva in Toscana ed in Lombardia … L’accordo fra i partiti rivoluzionari s’era fatto da sé … i lavoratori repubblicani lottavano in bell’armonia con gli anarchici e con la parte rivoluzionaria dei socialisti.

Si stava per passare agli atti risolutivi. Lo sciopero a tendenza insurrezionale si estendeva. I ferrovieri si apprestavano a prendere in mano la direzione del servizio per impedire le dislocazioni di truppe e non far viaggiare che i treni utili per il movimento insurrezionale. La rivoluzione stava per farsi, per impulso spontaneo delle popolazioni, e con grandi probabilità di successo

112. Ma tutto ad un tratto, quando maggiori erano le speranze, la direzione della Confederazione generale del lavoro, con telegramma circolare, dichiarò finito il movimento e ordinò la cessazione dello sciopero.

E così le masse, che agivano nella fiducia di prendere parte ad un movimento generale, furono disorientate; ciascuna località vide naturalmente che era impossibile resistere da sola, e il movimento cessò”.

Lo spegnimento

113. Dopo una avventurosa ricognizione in automobile per tutta la Romagna, constatato l'esaurimento dell'insurrezione popolare, il Sabato 13 giugno fu proprio Nenni a presentare alla Camera del Lavoro di Ancona l’ordine del giorno per la cessazione dello sciopero.

Il 14 giugno, dopo ben 16 morti tra i rivoltosi, la situazione tornò definitivamente sotto il controllo dell'esercito.

 L'annuncio della cessazione dello sciopero

La posizione dei socialisti riformisti

114. I socialisti riformisti, che pur avendo perduto il controllo del partito, rimanevano tuttavia maggioritari nel gruppo parlamentare e nella Confederazione generale del lavoro, scrissero in quella occasione:

“Le grandi trasformazioni civili e sociali, ed in particolare l'emancipazione del proletariato dal servaggio capitalistico, non si conseguono mercé scatti di folle disorganizzate, il cui insuccesso risuscita e riattizza le più malvagie e stupide correnti del reazionarismo.

Occorre dunque rimanere più che mai sul terreno parlamentare e della propaganda fra le masse, nella più decisa opposizione a tutti gli indirizzi di governo militaristi, fiscali, protezionisti, e vigilare per la difesa ad oltranza a qualunque costo delle insidiate pubbliche libertà, intensificando al tempo stesso l'opera assidua e paziente, la sola veramente rivoluzionaria, di organizzazione, di educazione, di intellettualizzazione, del movimento proletario” (20 giugno 1914).

115. In definitiva, nonostante l’amplificazione nazionale procurata dall’infiammato sostegno di Benito Mussolini, che allora dirigeva il quotidiano socialista “Avanti!”, il tentativo esplicitamente insurrezionale rimase circoscritto alle Romagne e alle Marche, mentre altrove si configurò soltanto come una più o meno accesa solidarietà per le vittime degli scontri.

  Il socialista Arturo Labriola arringa la folla a Napoli nel 1914

Verso la guerra: la “conversione” di Mussolini

116. In ogni caso, che avessero ragione i “rivoluzionari” o che avessero ragione i “gradualisti”, pochi giorni dopo un macigno ben più grande cadde sulle spalle delle masse popolari, non solo in Italia: il 28 giugno 1914, vi fu il celebre attentato a Sarajevo; il 28 luglio 1914, iniziò la Prima Guerra Mondiale.

117. Infine, con gran colpo di scena, il 15 novembre 1914 esce il primo numero del nuovo giornale “Il Popolo d’Italia”: il suo direttore è Benito Mussolini, proprio lui: il socialista rivoluzionario intransigente, colui che aveva fatto espellere dal Partito Socialista quelli che non si opponevano alla guerra di Libia[41], si professa ora convertito a una nuova fede e proclama l’assoluta necessità che l’Italia partecipi alla Guerra ben più grande che si è da poco scatenata in Europa.

 Benito Mussolini da giovane

118. “Secondo Filippo Naldi (1886-1972), allora direttore de Il Resto del Carlino, alle prime spese per il giornale fecero fronte alcuni industriali di orientamento più o meno interventista, o comunque interessati a un incremento delle forniture militari: Esterle (Edison); Bruzzone (Unione Zuccheri); Agnelli (FIAT); Perrone (Ansaldo); Parodi (Armatori)”.[42]

I Nazionalisti

119. Il Partito Nazionalista Italiano, più precisamente “Associazione Nazionalista Italiana (ANI)”, ebbe vita breve: fondata nel 1910, con un Congresso che si tenne in Palazzo Vecchio a Firenze, confluì infine nel Partito Nazionale Fascista, con deliberazione del suo sesto ed ultimo Congresso, che si svolse a Roma nel 1923.

Il 1º marzo 1911 iniziò le pubblicazioni il settimanale “L'Idea Nazionale”, organo ufficiale dell’Associazione Nazionalista Italiana, che intraprese immediatamente una campagna di stampa a favore dell'intervento militare italiano in Libia (vedi sopra, nn°95-96).

120. “L’ANI rappresentò la versione italiana del nazionalismo imperialista-autoritario, che negli anni a cavallo tra ’800 e ’900 si affermò in tutta Europa[43]… 

Grazie all’organizzazione e ai finanziamenti di cui disponeva, riuscì ad avere un considerevole peso politico, superiore alla sua consistenza numerica … e trovò adepti in diverse categorie: da un lato, l’intellighenzia anti-giolittiana e gli studenti universitari, che le fornirono appoggio soprattutto nei primi anni di esistenza; dall’altro, i proprietari terrieri e, in modo molto più rilevante, la grande industria, che fu la principale categoria di riferimento dei nazionalisti.

121. Dopo la prima guerra mondiale, l’Associazione modificò la struttura e gli strumenti di creazione del consenso, dotandosi anche di una milizia paramilitare …

La fusione del 1923 consentì ai nazionalisti di partecipare in prima persona alla costruzione del regime, alla quale contribuirono in maniera molto significativa”[44].

Le idee dei nazionalisti italiani

121. Il teorico e principale esponente dei nazionalisti italiani fu il giornalista toscano Enrico Corradini (1865-1931), di cui riportiamo un estratto della Relazione introduttiva al Primo Congresso dell’Associazione (Firenze, 1910):

“Dobbiamo partire dal riconoscimento di questo principio: come ci sono classi proletarie, così ci sono nazioni proletarie … Il nazionalismo deve anzitutto batter sodo su questa verità: l'Italia è una nazione, materialmente e moralmente, proletaria

Come il socialismo insegnò al proletariato il valore della lotta di classe, così noi dobbiamo insegnare all'Italia il valore della lotta internazionale.

Ma la lotta internazionale è la guerra? Ebbene, sia la guerra! E il nazionalismo susciti in Italia la volontà della guerra vittoriosa.

122. La nostra guerra vittoriosa non è un'ingenuità poetica, o profetica, ma un ordine morale. Noi insomma proponiamo un metodo di redenzione nazionale … che chiamiamo “la necessità della guerra”.

La guerra è l'atto supremo, ma affermare la necessità della guerra significa riconoscere la necessità di preparare la guerra e di prepararsi alla guerra, cioè comprende un metodo tecnico e un metodo morale: un metodo di disciplina nazionale.

(Affermare la necessità della guerra significa) … creare la ragione, formidabile e ineluttabile, della necessità della disciplina nazionale. … creare la necessità inesorabile di ritornare al sentimento del dovere.

123. Preme al cuore de' nazionalisti che le scuole e le ferrovie facciano il loro dovere … Per anni e anni fu predicato ai lavoratori italiani dal socialismo, nostro maestro e nostro avversario, che era loro interesse rendersi solidali con i lavoratori della Cocincina e del Paraguay e rompere ogni solidarietà con i loro padroni e con la nazione italiana.

Bisogna rinchiodare nel cervello dei lavoratori che hanno un maggiore interesse a mantenersi solidali con i loro padroni e soprattutto con la loro nazione, e a mandare al diavolo la solidarietà con i loro compagni del Paraguay e della Cocincina … 

124. L’Italia, da quando è costituita in libertà e in unità, ha perduto due guerre e non ha risolta la questione del Mezzogiorno. Vale a dire, il risultato della nostra politica estera e della nostra politica interna è cattivo.

Quali le cause? C'è bisogno d'un'opera di revisione generale. Il nazionalismo si propone quest'opera”.

125. Con simili idee, non stupisce che la Associazione Nazionalista Italiana sia stata la vera e propria “incubatrice ideologica e organizzativa” del fascismo, e che molti dirigenti di essa (Luigi Federzoni, Costanzo Ciano, Alfredo Rocco, …) siano poi diventati importanti esponenti del regime.

Enrico Corradini (1865-1931)

126. Ma chi era Enrico Corradini?

Nato a San Miniatello di Montelupo Fiorentino in una famiglia di piccoli proprietari terrieri, studiò a Firenze, laddove fu anche insegnante liceale di lettere.

Contribuì a fondare nel 1896, e poi diresse a partire dall’anno successivo, la rivista “Il Marzocco”: il marzocco è il leone sedente, con la zampa destra alzata che sostiene lo scudo col giglio, stemma del Comune di Firenze; ed il nome della rivista fu scelto da Gabriele D’Annunzio.

Insieme a Giovanni Papini, Vilfredo Pareto e Giuseppe Prezzolini, diede poi vita nel 1903 anche all’altra rivista “Il Regno”.

 Enrico Corradini

127. Dal 1910, come detto, diventò il principale animatore dell’Associazione Nazionalista Italiana e del settimanale “L’Idea Nazionale”.

Nel 1913, profittando del “Patto Gentiloni”, si candidò alla Camera in una lista Nittiana con il sostegno anche dei cattolici, nel Collegio elettorale di Marostica, ma non venne eletto.

L’anno successivo, trasformò “L’Idea Nazionale” da settimanale a quotidiano, grazie a cospicui finanziamenti ricevuti:    

“I contatti del Corradini con il mondo imprenditoriale erano già molto stretti fin dal 1913 e fu soprattutto per merito suo che L’Idea Nazionale, attraverso la costituzione della “Società anonima L'Italiana” (nel cui consiglio di amministrazione, assieme al Corradini, sedevano gli industriali Ferraris, Bombrini e Rattazzi) riuscì a trovare finanziamenti che le consentirono di trasformarsi da settimanale in quotidiano, mediante gli aiuti forniti da un gruppo d'imprenditori tra cui spiccavano personaggi noti dell'industria siderurgica, meccanica e zuccheriera”[45] … in vario modo interessati alle commesse belliche.

128. Fu naturalmente acceso fautore dell’entrata in guerra dell’Italia e polemizzò aspramente contro i neutralisti, argomentando con pari veemenza l’intervento prima a fianco della Triplice Alleanza e poi a fianco della Triplice Intesa: in sostanza, purché si facesse la guerra, non aveva molta importanza con chi, contro chi, e perché … 

Negli anni poi della guerra, ben lontano dalle trincee, si legò ancor più strettamente all’Ansaldo dei fratelli Perrone, ottenendo da loro sempre più lauti finanziamenti per L’Idea Nazionale

129. Finito il conflitto mondiale, appoggiò l’impresa di Fiume e tentò anzi di convincere Gabriele D’Annunzio ad effettuare nel 1919 una “marcia su Roma”.

Fu lui, infine, a guidare la confluenza dell’Associazione Nazionalista Italiana nel Partito Fascista, che avvenne nel 1923.

Non a caso, in quello stesso anno, il 1° marzo, fu nominato senatore dal Re Vittorio Emanuele III. Fu membro del Gran Consiglio del Fascismo dal gennaio 1925 al dicembre 1929. Morì il 10 dicembre del 1931.

130. Autore anche di romanzi che nessuno lesse e di opere teatrali che mai ebbero spettatori, alla sua morte si meritò uno sperticato elogio da Benito Mussolini, che ne volle anche la tumulazione in Santa Croce a Firenze: “un onore che, collocandone le spoglie assieme a quelle di Alfieri, Foscolo e Machiavelli, appare onestamente un po’ esagerato”[46] per un uomo che fu uno sciagurato e prezzolato guerrafondaio, con un cervello alquanto confuso che dirigeva, da par suo, una (ahinoi!) molto sciolta favella … 

Il movimento politico dei cattolici negli anni di Giolitti

131. Il periodo giolittiano (1900-1914) coincide, in pratica, con quello del pontificato di Pio X (1903-1914).

Sotto la spinta delle lotte operaie e contadine dell’ultimo decennio del secolo, nell’ambito dell’Opera dei Congressi[47], negli anni intorno al 1900, si sviluppò la corrente di pensiero che fu detta democrazia cristiana.

 Il primo numero del giornale La democrazia cristiana in difesa dei figli del popolo

132. Suo principale animatore e teorico fu un giovane prete, marchigiano ma residente a Roma: Romolo Murri (Montesampietrangeli di Ascoli, 1870 - Roma, 1944), le cui idee trovarono ascolto soprattutto fra gli studenti cattolici ed una parte del giovane clero; non a caso, lo stesso Murri fu il fondatore della FUCI (Federazione degli Universitari Cattolici Italiani), che venne riconosciuta ufficialmente nel 1896.

A partire dal 1 gennaio 1898, uscì la rivista “Cultura sociale” (fondata e diretta dal Murri stesso) che fu, per alcuni anni, “l’organo ufficiale” del movimento democratico-cristiano, affiancata poi, a partire dal 7 dicembre del 1900, da “Il domani d’Italia”.

Don Romolo Murri

Le idee dei democratici cristiani …

133. Le idee sostenute dai democratici-cristiani costituivano un netto “svecchiamento” rispetto alla precedente esperienza politica dei cattolici italiani, mettendo decisamente da parte ogni nostalgia per la società pre-borghese e proponendosi di “realizzare il proprio programma politico e sociale appoggiandosi essenzialmente sulle classi popolari”, anzi addirittura di “sgombrare la via ad un programma cattolico di sinistra”.

134. Il Murri sosteneva la necessità di una convinta adesione dei cattolici a tutto il “progresso” recato all’Italia dal Risorgimento (l’unità e l’indipendenza della nazione, le libertà democratiche e civili, etc.), superando la storica impostazione anti-risorgimentale delle gerarchie della Chiesa e riallacciandosi alle posizioni “neo-guelfe” di Vincenzo Gioberti, che a suo tempo erano state emarginate dal Vaticano; propugnava larghissime autonomie comunali; l’estensione del diritto di voto ai ceti popolari accompagnata dal metodo proporzionale nelle elezioni; la diminuzione delle spese militari; la diffusione della scuola pubblica; una riforma fiscale che alleviasse il peso sui ceti più popolari e facesse pagare di più quelli più benestanti, etc.

135. Si veniva così a configurare un vero e proprio “partito-ombra” dei cattolici, che il Murri dichiarava pronto ad entrare in campo, con una impostazione socialmente molto avanzata, non appena fosse stata decisa, dalle autorità ecclesiastiche, l’abolizione del non expedit.

… e le idee di Pio X

136. In campo politico, non era questa, però, l’impostazione del nuovo pontefice, eletto nel 1903 col nome di Pio X: Giuseppe Sarto (1835-1914), già Patriarca di Venezia, e poi proclamato Santo nel 1954.

Decisamente contrario alla corrente democratico-cristiana, il nuovo papa cominciò con lo sciogliere d’autorità (nel luglio 1904) l’Opera dei Congressi, nella quale le opinioni del Murri erano diventate ormai maggioritarie.

Pio X nel suo studio

Nuova organizzazione

137. L’anno dopo (11 giugno 1905), con l’enciclica “Il fermo proposito”, Pio X stabilì una completa ri-organizzazione di tutto il movimento cattolico italiano.

Al posto della disciolta Opera dei Congressi, vennero costituite tre “Unioni” nazionali: l’Unione popolare, l’Unione economico-sociale e l’Unione elettorale.

L’Unione popolare ebbe il compito di svolgere prevalentemente attività di studio, propaganda ed organizzazione; suo primo presidente fu Giuseppe Toniolo[48]. Nell’ambito di essa, nacque (sulla base di analoghe esperienze che già vi erano in Francia) l’iniziativa delle “Settimane sociali dei cattolici”, che erano degli incontri nazionali, con relazioni e discussioni su temi stabiliti: la prima si svolse a Pistoia nel 1907.

L’Unione economico-sociale ebbe invece una più vasta base di massa, articolata nei tre settori: sindacato, società di mutuo soccorso e cooperative, che continuarono in quegli anni il loro rapido sviluppo.

L’Unione elettorale, infine, aveva lo scopo di coordinare le associazioni elettorali cattoliche esistenti a livello locale ed elaborare un programma di azione da “propugnare concordemente” da parte degli eletti.

138. Alle tre Unioni si affiancava, inoltre, la pre-esistente “Gioventù cattolica”[49].

Ed è significativa anche la successiva costituzione, nel 1909, della Unione fra le donne cattoliche d’Italia, che fu la prima organizzazione femminile cattolica su base nazionale, presieduta fino al 1917 dalla principessa Maria Cristina Giustiniani Bandini (1866-1959), con spiccati caratteri aristocratici e borghesi ed attività prevalentemente caritative.

Maria Cristina Giustiniani Bandini (1866-1959)

Nuova linea politica

139. Su questa base organizzativa, ma già a partire dalle elezioni del 6 novembre 1904, Pio X modificò gradualmente la linea politica dettata ai cattolici italiani, passando dal rigido non expedit ad un atteggiamento più flessibile, che venne in seguito riassunto nella formula, non certo priva di ambiguità, “cattolici deputati si, deputati cattolici no”.

In sostanza, pur restando vietato ai cattolici di organizzarsi in un partito nazionale vero e proprio, era loro permesso di andare a votare, nei rispettivi collegi uninominali, per quei candidati che esibivano un programma più simile al loro; ed inoltre, che alcuni esponenti cattolici locali, previo consenso dei rispettivi vescovi, si presentassero essi stessi come candidati nei collegi uninominali, purché appoggiati da tutto il fronte moderato.

Il Patto “Gentiloni” (1913)

140. Tale linea venne confermata nelle elezioni del 1909, finché nel 1913, in occasione delle prime elezioni a suffragio quasi universale[50], culminò nel così detto “patto Gentiloni”, ovvero un accordo elettorale complessivo fra liberali e cattolici.

Il patto fra liberali e cattolici fu chiamato “patto Gentiloni” dal cognome del conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (Filottrano di Ancona, 1865 - Roma, 1916) nominato, da Pio X, presidente dell’Unione elettorale dei cattolici nel 1909.

Vincenzo Ottorino Gentiloni

141. I punti dell’accordo erano sette:

1)    Difesa … delle libertà di coscienza e di associazione, e quindi opposizione anche ad ogni proposta di legge in odio alle congregazioni religiose …

2)    Col maggiore incremento alla scuola pubblica, non siano fatte condizioni che intràlcino o scrèditino l’opera dell’insegnamento privato …

3)    Diritto dei padri di famiglia di avere pei propri figli una seria istruzione religiosa nelle scuole comunali …

4)    Assoluta opposizione al divorzio.

5)    Parità di fronte alla legge fra le varie organizzazioni economiche o sociali …

6)    Riforma graduale e continua degli ordinamenti tributari e degli istituti giuridici, nel senso di una sempre migliore applicazione dei principi di giustizia nei rapporti sociali.

7)    Progressivo incremento dell’influenza italiana nello sviluppo della civiltà internazionale.

142. E’ da notare che questo accordo era sancito in sede locale, collegio per collegio, con quei candidati liberali che accettassero i 7 punti “o privatamente per iscritto o con la esplicita inclusione di tali punti nel pubblico programma”.

Si ammetteva quindi che l’accordo potesse anche rimanere segreto, ossia non dichiarato apertamente agli elettori: cosa che, in effetti, avvenne in molti casi, tanto che lo stesso Giolitti, dopo le elezioni, poté addirittura smentire, nel dibattito parlamentare, che vi fosse stato alcun accordo.

Non si può certo dire che questa prima entrata delle organizzazioni ufficiali cattoliche nella competizione politica italiana costituisse un contributo significativo alla moralità e alla trasparenza della vita pubblica.

La sorte di Romolo Murri

143. In ogni caso, è evidente che, con questa linea politica, erano incompatibili la linea democratico-cristiana ed il Murri, che avrebbe voluto un unico partito nazionale dei cattolici, “appoggiandosi essenzialmente sulle classi popolari” per “sgombrare la via ad un programma cattolico di sinistra”.

Nel 1906, venne quindi condannata la “Cultura sociale”, che dovette sospendere le pubblicazioni, ed il Murri stesso venne prima sospeso a divinis nel 1907, e poi scomunicato nominativamente, in seguito alla sua decisione di presentarsi come candidato indipendente al Parlamento, riuscendo anche eletto nelle elezioni del 1909.

144. E’ però da annotare che nel 1943, ovvero più di 30 anni dopo ed in circostanze politiche ben diverse, il papa Pio XII revocò la scomunica inflitta a Romolo Murri, senza che egli dovesse rinunciare in nulla alle sue idee né rinnegare alcunché del suo passato. Il Murri morì, quindi, l’anno seguente (1944), pienamente riconciliato con la Chiesa.

145. Sulla sua tomba, nel cimitero di Gualdo di Macerata, volle che fosse scritto:

QUI GIACCIONO I RESTI MORTALI DI

ROMOLO   MURRI

NON EBBE NOME NE’ POSTO NELLE GERARCHIE MONDANE

NON CERCO’ ONORI E RICCHEZZE

MA CREDETTE FORTEMENTE IN DIO

DIO VOLLE E CONSIDERO’ UFFICIO E PREGIO DELLA VITA

SERVI’ LUI NEL PROSSIMO

146. Poco dopo, quando le idee democratico-cristiane del Murri erano ormai diventate la posizione “ufficiale” della Chiesa italiana e il partito della Democrazia Cristiana aveva vinto le cruciali elezioni del 1948, lo stesso papa Pio XII proclamò prima Beato (1951) e poi Santo (1954) il suo predecessore Pio X, cioè il Papa che aveva scomunicato Murri.

A Napoli: l’inchiesta Sarédo (1900-1901)

147. Alla squillante data del 1° maggio 1899, venne pubblicato il primo numero di un nuovo periodico socialista napoletano, dal titolo “La propaganda”, il cui animatore era il giovane avvocato abruzzese Arnaldo Lucci (1871-1945).   

Il 10 dicembre dello stesso anno, “La propaganda” iniziò una martellante campagna di stampa contro il deputato, anch’egli napoletano, Aniello Alberto Casale, accusato di essere organicamente collegato alla Bella Società Riformata: il Casale, secondo “La propaganda”, aveva nel suo staff persone affiliate alla Società, era eletto con i voti della camorra, ne favoriva direttamente gli interessi e ne spartiva i proventi.

Il giornale accusava esplicitamente il Casale, il Sindaco Celestino Summonte ed il direttore de “Il Mattino” Edoardo Scarfoglio, di essere i vertici, e gli emblemi, del connubio strutturale fra la Bella Società camorrista e la borghesia cittadina, in particolare i politici, locali e nazionali, gli affaristi ed i giornalisti fiancheggiatori.

Arnaldo Lucci

148. Nello stesso tempo, alla Camera, il deputato Giacomo De Martino (non socialista) dichiarava: “Qualunque inchiesta, fatta onestamente e coraggiosamente, dimostrerebbe che l’amministrazione comunale di Napoli è guasta e corrotta nelle midolla e che, sorta da compromessi con la camorra, alta e bassa, per essa e con essa vive … Nell’alto, si formano gli appalti, i contratti, le concessioni pubbliche: su di esse arricchiscono i pezzi grossi; ma a quegli appalti, a quei contratti, a quelle concessioni, partecipa man mano la bassa camorra che è loro assoldata” (15 dicembre 1899).

149. Il deputato Casale sporse querela contro “La propaganda”, ma il 31 ottobre 1900 i redattori del giornale uscirono assolti, per aver documentato la fondatezza delle loro accuse.

Ed erano davvero altri tempi: immediatamente, Aniello Alberto Casale si dimise da deputato e subito dopo, nel novembre dello stesso anno 1900, il capo del governo e ministro degli interni, Giuseppe Saracco, sciolse l’amministrazione comunale ed istituì una “Règia commissione d’inchiesta per Napoli” guidata dall’alto magistrato Giuseppe Sarédo (1832-1902), presidente del Consiglio di Stato e già Commissario straordinario al Comune di Napoli dieci anni prima.

Giuseppe Saredo

I risultati dell’inchiesta (1901)

150. I risultati dell’inchiesta Sarédo furono pubblicati l’anno dopo (22 ottobre 1901): una corposa relazione, contenuta in due ponderosi volumi, che fece grande scalpore e suscitò molte polemiche.

La relazione era, certo, inutilmente prolissa; risentiva indubbiamente della ideologia positivista lombrosiana allora di gran moda nei ceti colti; ed accarezzava finanche le teorie pseudo-scientifiche circa la presunta inferiorità etnica dei meridionali. Tuttavia, nella sostanza, era molto chiara e precisa.

151. Analizzava giustamente le pregresse vicende del Risanamento[51] dopo il colera del 1884, stigmatizzando in particolare la peggiorata sorte della popolazione sfrattata, il ritardo nei lavori, il mancato completamento delle fognature, etc.

Avanzava al governo precise proposte di politica economica, che saranno poi riprese da un giovane studioso lucano, di nome Francesco Saverio Nitti (vedi oltre).

E soprattutto, confermando le tesi in precedenza sostenute da “La propaganda”, enunciava esplicitamente “come abbia agito e come agisca tuttora la camorra, che presentemente si intitola Bella Società Riformata …”

La camorra: alta e bassa

152. “Il male più grave, a nostro avviso, fu quello di aver fatto ingigantire la camorra, lasciandola infiltrare in tutti gli strati della vita pubblica e per tutta la compagine sociale, invece di distruggerla … o per lo meno di tenerla circoscritta …

In corrispondenza quindi della bassa camorra originaria, esercitata sulla povera plebe … si vide sorgere una alta camorra costituita da più scaltri ed audaci borghesi. Costoro, profittando dell’ignavia della loro classe e della mancanza in essa di forza di reazione … riuscirono a trarre alimento nei commerci e negli appalti, nelle adunanze politiche e nelle pubbliche amministrazioni, nei circoli e nella stampa.

La nuova organizzazione elettorale, a base di clientele, di servizi resi e ricambiati in corrispettivo del voto ottenuto, sotto forma di protezione, di assistenza, di consiglio, di raccomandazione, rese possibile lo sviluppo anche della classe dei faccendieri o intermediari …

153. Se la Bella Società Riformata … da sola potette sempre molto, assai più deve avere impero e potere quando siasi accaparrata la gratitudine e l’appoggio delle persone influenti, che se ne servono a scopo elettorale.

Di questo appoggio si ha una prova assai eloquente: … nel biennio 1898-1899, di 633 denunce per ammonizione fatte dalla questura, solo 107 furono accolte … per tutte le altre, si dichiarò non luogo a procedere. I ladri e i malfattori più astuti, e specialmente i camorristi, seppero sfuggire al provvedimento, valendosi specialmente di protezioni”.

La camorra storica: la Bella Società Riformata (1820-1912)

154. Ma che cos’era, e da dove veniva, questa “camorra, che presentemente (1901) si intitola Bella Società Riformata”?

La Bella Società Riformata, ovvero quella che può essere considerata la camorra storica, era nata nel 1820 e morì nel 1912 con il processo Cuòcolo (vedi oltre).

Prima del 1820, non si hanno notizie documentatamente sufficienti per poter avanzare altro se non ragionevoli congetture; e dopo il 1912, la camorra è cosa diversa.  

155. E’ dunque solo con specifico riferimento alla Bella Società Riformata (1820-1912) che possiamo dire, con Marc Monnier:

“La camorra potrebbe essere definita l’estorsione organizzata: essa è una società segreta popolare … una fra-massoneria plebea … il cui fine principale è, per usare una loro espressione, caccia’ l’oro da ‘e pedùcchie (= estrarre l’oro dai pidocchi = estorcere denaro ai meno abbienti)”.

156. Evidentemente, sono sempre esistite, in tutti i tempi e luoghi, “associazioni a delinquere” cioè aggregazioni più o meno temporanee di persone aventi il fine di delinquere, spartendosi poi fra di loro i proventi.

Ma ciò che era specifico della Bella Società Riformata, e ne costituisce quindi la definizione, è che si trattava di persone appartenenti alla plebe urbana napoletana che si organizzavano in forma di società segreta, allo scopo di procurare a se stessi condizioni più piacevoli di esistenza, imponendo il proprio potere ed estorcendo denaro alla restante parte della plebe.

157. Si auto-definivano annuràta suggità (= onorata società) e bollavano come “infami” coloro che violavano le regole del loro codice di umirtà (= omertà).

Ma, oggettivamente parlando, è difficile immaginare qualcosa di più ignobile ed abietto del loro sodalizio: erano veramente, secondo l’immagine usata da Francesco Mastriani ne “I Vermi”, come le tarle, che vivevano da arroganti parassiti, corrodendo la veste, già di per sé stracciata, dell’ingente plebe napoletana.

La camorra descritta da Giacinto de’ Sivo   

158. “Tali bravacci s'allargano nelle carceri e nelle caserme soldatesche, riscotenti premii da paura altrui; poi nelle strade, in bettole, bische, postriboli, mercati, dovunque possono speculare sul coltello. Càvano moneta da' carcerati, da’ giocatori, da' mercanti, da' contratti d'ogni sorta.

Vestono giacca di velluto, calzoni stretti a' ginocchi e larghi a pié, canna d'india in mano, anelli molti alle dita, capelli lisciati, coltelli in tasca.

Per similitudine, diciamo poi camorristi i giocatori ladri, gli storci-leggi, i sicarii, i vagabondi, e chiunque non fatica e vive di brogli. Camorrista é un composto di ladro, galeotto, pugnalatore, usuraio, contrabandiero e proletario.

Il camorrista come descritto dal De Sivo

159. Per essere ammesso alla setta … devi essere onorato cioè non stato mai ladro, né gendarme, né poliziotto, né congiunto a meretrici; ammesso, devi poi ubbidire cieco a' superiori, e perpetrare furti, assassinii, e peggio.

Prima, nel noviziato, imparano scherma di coltelli e un linguaggio furbesco; passano avanti per esami, che son duelli a pugnali (le cosiddette zumpàte), e vanno al grado di sgarro … 

160. L' insubordinazione puniscono con isfrègi al volto; appellano infame chiunque in giudizio dà testimonianze contro di loro, e si vendicano.

Sono aiutati da loro donne in tutto, massime nelle esazioni; sicché anche nelle carceri han la parte de' guadagni, e il sostentamento.

161. Il popolo minuto sopporta cotesta tirannia abbietta, e paga senza fiatare; anzi ne' giudizi non trovi chi si quereli, né chi testimoni contro di loro.

Oltracciò, i camorristi, paghi del tributo, proteggono talvolta il debole contro il forte, e fanno i pacieri (= la gente del popolino, che non aveva soldi per pagare gli avvocati, in caso di controversie preferiva rivolgersi a loro, ai quali comunque già pagava il tributo)[52].

La camorra descritta da Francesco Mastriani   

162. Francesco Mastriani[53], da par suo, ci mostra in diretta[54] la figura di Carmine Esposito, detto Carminiello ‘o carpecàto, nato o meglio rinvenuto nella “ruota” della Santa Casa dell’Annunziata nel 1835.

Ci racconta il suo passaggio dalla Santa Casa al Reale Albergo de’ Poveri; la sua vita vagabonda; la cerimonia della sua ascrizione alla Bella Società; prima picciotto di sgarro, poi camorrista proprietario in una delle prime paranze del mercato e sghizzo guardiano nella camorra sul contrabbando … fino alla sua condanna al carcere a vita, per partecipazione a vari omicidi.

La camorra e lo Stato borbonico

163. Il Mastriani ci consente anche di capire quali fossero i rapporti fra la Bella Società e le istituzioni dello Stato borbonico.

Vediamo così che Carmeniello “andava a braccetto coi più reputati birri del suo quartiere e spesso con loro traeva a sbevazzare nelle bettole … perché i poliziotti, come pure gli addetti alla dogana ed altri impiegati … per non esporre la loro vita per due carlini al giorno che dava loro il governo, chiudevano per lo più ambo gli occhi ed aprivano invece ambo le mani … ed anche il Cavaliere (il commissario di polizia) mi conosce e mi stima”.

Ma vediamo anche che quando il Nostro entra addirittura nel palazzo del Ministero dell’Interno e chiede di “occupare una sedia di afficiale di carrica”, il Capo di Ripartimento “perdette il centro di gravità e scoppiò a ridere” … 

Il Codice della camorra (= il friéno)

164. Il Mastriani riporta altresì “i 24 articoli del Codice della camorra … che togliamo da un recente (nel 1863) opuscolo su Natura ed origine della misteriosa setta della Camorra”.

Certamente, la camorra “aveva un suo Codice, e rendeva giustizia da sé medesima”: questa sorta di Statuto fu scritto, molto verosimilmente, fin dalla fondazione del sodalizio nel 1820, ed altrettanto verosimilmente era custodito dal contaiuòlo o dal segretario pro tempore (vedi oltre), che erano poi praticamente gli unici, fra loro, che sapessero leggere, scrivere e far di conto.

165. Di fatto, però, il friéno (= il Codice scritto) aveva un valore più che altro simbolico, perché la maggior parte dei camorristi non sapeva leggere né scrivere, e perciò … “è probabile che si trasmettessero a viva voce alcune tradizioni fondamentali e abbandonassero le particolarità al senno dei capi e degli affiliati … I settàri, non sapendo leggere … si tramandano a viva voce gli usi e i regolamenti loro, modificati a seconda dei tempi, de' luoghi, della volontà dei capi e delle decisioni delle adunanze”.

166. Di (quasi) sicuro, sappiamo che:

-      il 12 settembre 1842, il contaiuòlo Francesco Scorticelli lesse in S. Caterina a Formiello un nuovo friéno in 26 articoli, che sostituì ufficialmente quello del 1820;

-      una ventina di anni dopo, intorno al 1860, esisteva un friéno composto di 24 articoli. 

La camorra descritta da Marc Monnier   

167. L’italo-svizzero Marc Monnier (Firenze, 1829; Ginevra, 1885) è l’autore del primo tentativo si scrivere una storia documentata della camorra. Si tratta di “La Camorra – Notizie storiche raccolte e documentate per cura di Marco Monnier”, Ed. Barbera, Firenze, 1862, poi più volte ristampata. 

Il Monnier scrisse, come si vede, subito dopo la conquista del Regno delle due Sicilie da parte dei Savoia, ed era di sicuri sentimenti liberali ed “unitari”, nonché amico personale di Silvio Spaventa, che fu capo della polizia a Napoli proprio in quel periodo.

Marc Monnier

168. I suoi genitori erano giunti a Napoli nel 1832, poco dopo la sua nascita, e qui divennero proprietari dell’Hotel de Genève che il giovane Marc ereditò nel 1855.

Si trovava certamente a Napoli nel 1860, al momento dell’entrata in città del Garibaldi il 7 settembre; poco dopo, il 7 dicembre, si sposò con una francese, di nome Hélène Dufour, e partì in viaggio di nozze, rientrando poi a Napoli l’8 gennaio 1861.

Nel 1864, alla morte della madre, vendette l’albergo e si trasferì definitivamente a Ginevra, laddove divenne professore universitario e poi anche Rettore.

169. Con lui ha inizio la fallàce tradizione storiografica secondo la quale la camorra sarebbe soltanto “un residuo del passato e tirannico regime borbonico, che il nuovo e liberale Stato unitario sta adesso combattendo energicamente …”

Lasceremo perciò da parte la cornice ideologica della sua opera, prendendo tuttavia, dal quadro da lui dipinto, le “notizie raccolte e documentate”.

L’organizzazione

170. “In Napoli v'erano 12 centri, uno per quartiere: ognuno di questi centri suddividevasi in parànze speciali, le quali agivano per loro conto e facevano combriccola e borsa a parte. Esamineremo in appresso i diversi mestieri di queste piccole società anonime.

Constatiamo soltanto che ogni centro (quindi, ogni quartiere) aveva il suo capo (chiamato Capintrìto o capo-società; i 12 capintrìti eleggevano poi, fra di loro, un Capintèsta, che era il capo supremo; i camorristi carcerati eleggevano fra di loro un Capintrito del carcere, che però cessava dall’incarico al momento della scarcerazione).

I capintrìti erano eletti da coloro che dovevano ad essi obbedire. Erano certamente onnipotenti, ma non potevano prendere gravi provvedimenti, senza consultare i loro sottoposti. Ogni camorrista, che non subisse pena, aveva voto consultivo e deliberativo.

Nulla èravi di più grottesco di queste riunioni gravissime, ove plebei malfattori discutevano con imperturbabile correttezza sulle più piccole minuzie. Ma nulla èravi di più terribile, allorché con la stessa calma e la stessa gravità prendevano a trattare questioni di vita e di morte!

171. Il capo era potente più per il suo valore personale che per l'importanza delle sue attribuzioni. I camorristi sceglievano per dirigerli l'uomo più imperioso e più coraggioso … ma l'eletto non diventava che il presidente delle riunioni e il cassiere della comitiva: come presidente, aveva il diritto di convocarle; come cassiere, godeva di un potere considerevole, perché egli stesso distribuiva la camorra.

Camorra è infatti il nome della società in generale, ma più particolarmente denota i fondi della cassa comune. Il prodotto delle estorsioni compiute chiamàvasi anche baràttolo”.

La gestione della cassa comune

172. “E mi basta qui notare come tutto il danaro guadagnato era consegnato al capo; il quale designava un Contaiuòlo (contabile) incaricato di tenere i registri e segnarvi esattamente la parte del baràttolo, che spettava ad ognuno; èravi anche talvolta sotto i suoi ordini un Capo-carusiéllo (capo della cassa), che conservava il danaro.

Per ultimo v'era un Segretario, scelto fra i rari compagni che avean frequentato le scuole; questi dovea giurare sulla croce, o sopra pugnali incrociati, lo che equivaleva, di non rivelar a chicchessia, neppur ai fratelli, ciò che il capo illetterato gli avea fatto l'onore di dettargli …

La distribuzione del baràttolo avea luogo le domeniche: la facea il capo, il quale di suo pieno diritto riteneva, in questa occorrenza, le ammende inflitte per infrazioni leggiere, e liquidava i piccoli affari privati dei suoi sottoposti. Fatte tali prelevazioni, divideva fra essi colla massima esattezza il prodotto della camorra. Ma anzi tutto, egli avea prelevato per sé la parte del leone, come era di giustizia”.

Il linguaggio

173. “La camorra somiglia a tutte le sètte del mondo in quanto ha usi particolari e linguaggio speciale.

Così i capi hanno il titolo di Masto, Sì masto o Capo-Masto (signore, padrone, maestro, capo-maestro); quest'ultimo titolo dàvasi a coloro che avevano maggiore notorietà.

Quando un semplice compagno (questo nome appartiene di diritto a tutti gli affiliati) dirige nella via la parola a uno de' capi, gli dice col cappello alla mano: -  Masto, volete niente? Quanto al semplice compagno, esso non ha diritto che al titolo di , abbreviativo di Signore.

174. Nel linguaggio della setta, ubbidienza equivale ad ordine; freddare o stutàre ad uccidere; dormente a morto. L'uomo derubato chiàmasi agnello o soggetto; l'oggetto rubato, morto o rufo; la tangente percepita, sbruffo;  il ricettatore, graffo; il coltello, martino, punta o misericordia; l'arme a fuoco, bocca, tofa o buonbas; il revolver tic tac, o bo-botta; le pattuglie gatti, neri o sorci; il commissario di polizia capo-lasagna; l'ispettore tre lasagne; il lasagnàro era il sergente di gendarmeria; l'aspàrago (sparagio) il semplice gendarme; il palo la spia; la serpentina la piastra; chiantale il cambiar discorso. Il verbo accammuffare significava togliere altrui. Quando un picciotto prendeva sopra di sé il delitto di un camorrista, egli se lo accollava”.

Le dispute interne

175. “Fra i compagni ogni alterco doveva cessare dietro l'ordine di un terzo, che riferiva al capo il motivo della disputa: questi si interponeva arbitro; ma se la decisione non appagava i contendenti, ricorrevano alla giustizia del coltello (la cosiddetta zumpàta). In questo caso il duello era più serio della tirata di musco che serviva di prova ai picciotti. Si feriva nella cassa, ossia nel mezzo del petto”.

Anzianità e malattia

176. “Il camorrista poteva rinunziare alla sua qualità, ma non abbandonare giammai completamente la setta; non era astretto ai doveri, alla disciplina di essa, non ne partecipava i profitti, ma conservava, a malgrado di ciò, alquanta influenza e considerazione. Aveva il diritto di dare consigli e il potere di farsi ascoltare; la sua rinunzia era considerata come un'abdicazione, non come una decadenza. La società rispettava sempre in lui l'antico compagno.

I vecchi camorristi erano soccorsi; la vedova e i figli di quegli che era morto sotto le armi al servizio della setta riscuotevano esattamente una pensione; i malati erano assistiti, i morti vendicati …”

Mamme, Gran Mamma e Mammasantissima

177. La Bella Società aveva i suoi tribunali che si chiamavano Mamme “perché le mamme giudicano non con la penna, come i tribunali del Re, ma col cuore e con la mente”.

Vi era una Mamma per ogni quartiere, presieduta dal capintrìto locale; e una Gran Mamma, che aveva competenza su tutta la città, era presieduta dal capintèsta e si riuniva per le decisioni più importanti: nell’esercizio delle sue funzioni di presidente della Gran Mamma, il capintèsta aveva il titolo di Mammasantissima.  

Il verbale di una riunione della Gran Mamma nel 1822

178. Che cosa però significasse, in concreto, “giudicare non con la penna ma con il cuore e con la mente” possiamo capirlo da un documento del febbraio 1822, che è il vero e proprio verbale di una riunione della Gran Mamma, sequestrato dalla polizia borbonica in seguito ad una irruzione.

179. La Gran Mamma era riunita per discutere il caso di un tal Giovanni Esposito, detto Core ‘e cane, il quale aveva, niente di meno, ucciso il suo capintrìto, anche se, a quanto pare, in un momento di ubriachezza.

La Gran Mamma, in quella circostanza, era composta, oltre che dal Mammasantissima presidente, da altri quattro compagni autorevoli nonché dal contaiuòlo in qualità di verbalizzante.

180. Dopo regolare dibattimento, sentiti l’accusato ed i testimoni, e senza tener conto della supplica scritta presentata da Antonietta Lo Fierro, innamorata dell’imputato, “che proprio non c’entra in mezzo alla causa” … la Gran Mamma “dopo aver fatto recitare ad alta voce a tutti i presenti un paternostro, un’avemaria e un gloriapatri per le anime del purgatorio” decise che … “poiché il friéno (= il codice della camorra), come il contaiuòlo nostro compagno può riscontrare, dice che chi stuta un superiore deve essere stutàto, ordiniamo e comandiamo, ai due giovanotti che l’arrestarono, di stutare Core ‘e cane con due pugnetùre alla scatoletta (= due coltellate al petto)”.

Fortunatamente per Giovanni Esposito, l’irruzione della polizia, avvertita dalla sua fidanzata, lo salvò, almeno in quella circostanza, dalla pena di morte.   

Le origini

181. Ma quando e come era nata la Bella Società? Seguiamo in proposito l’opinione dello storico inglese John Dickie (“Onorate società - Origini ed ascesa di mafia, camorra e ndràngheta”, Ed. Laterza, 2012):

“La camorra è nata in galera … Il predominio della criminalità organizzata dietro le sbarre delle prigioni era una realtà che nell’Italia meridionale andava avanti da secoli … perché era più semplice ed economico delegare il controllo quotidiano delle carceri ai detenuti più spietati”.

Le autorità carcerarie si servivano, cioè, di alcuni detenuti che facevano da “caporali” e da “spie” sui rimanenti, godendo in cambio di migliori condizioni carcerarie per se stessi e della possibilità di estorcere agli altri i pochi soldi che avevano, i vestiti, le razioni di cibo, e quant’altro eventuale …

182. “All’inizio dell’Ottocento, gli estorsori delle prigioni si trasformarono in una vera e propria società segreta, che attecchì anche nel mondo extra-carcerario.

La storia dell’origine spagnola della camorra è una sciocchezza. Anzi, con ogni probabilità, è una sciocchezza … propinata in primo luogo dai camorristi stessi. Più o meno come il racconto dei tre cavalieri spagnoli Osso, Mastrosso e Carcagnosso … nella versione ufficiale della ndràngheta sulle proprie origini.

Le regole e i rituali della Onorata Società derivavano quasi sicuramente … dalla Massoneria e da altre sette, come la Carboneria della prima metà dell’Ottocento, più o meno modellate su di essa”.

183. Molto probabilmente, già prima del tentativo insurrezionale del 1820, i cospiratori “carbonari” imprigionati nel Regno delle due Sicilie entrarono in contatto con i “caporali” delle carceri, che poterono così apprendere da loro i vantaggi, e le regole, di una vera e propria struttura organizzata.

La fondazione “ufficiale” del 1820

184. In ogni caso, è ben noto che, dopo lunga preparazione cospirativa, nel luglio 1820 la Carboneria suscitò la sollevazione della guarnigione militare di Nola, ad opera dei due sottotenenti Michele Morelli e Giuseppe Silvati, alla quale aderì anche il generale Guglielmo Pepe.

Ferdinando I di Borbone accordò la richiesta “Costituzione spagnola del 1812”, le conseguenti elezioni si svolsero il 3 settembre, ed il Parlamento venne convocato per la seduta inaugurale il 1°ottobre, nella grande chiesa dello Spirito Santo.

185. Poco dopo, nel dicembre di quello stesso anno 1820, nella chiesa di S. Caterina a Formiello, nei pressi della Porta Capuana, si riunì anche il primo “Parlamento” della camorra: i principali esponenti criminali dei 12 quartieri storici di Napoli, ivi convenuti, fondarono ufficialmente la Bella Società Riformata (laddove “riformata” sta per “confederata”), e diedero anche alla setta la sua prima “Costituzione”, il cui preambolo iniziale diceva che “La Bella Società Riformata ha per fattore Dio (niente di meno), per consigliere S. Giuseppe, e per protettrice la Mamma Santa Immacolata”.

Naturalmente, questa camorra delle origini, a differenza della Carboneria, non aveva alcuna connotazione politica, come è chiaramente espresso in una sorta di inno che è stato tramandato:

Nuje nun simmo Cravunàri

Nuje nun simmo Rialìsti,

nuje facimmo ‘e Cammurìsti

e jammo nculo a chilli e a chisti.

Il primo capintesta: Pasquale Capuozzo

186. I nomi dei primi capintesta non sono noti, se non per più o meno plausibili congetture, e del resto un articolo del friéno diceva esplicitamente che, tranne i 12 capintrìti che lo eleggevano, “chiunque cerca, con mezzi leciti o illeciti, di conoscere di persona il Gran Capo di Società è reo di morte”.

Tale articolo fu di certo abbandonato in seguito, vista la difficoltà a farlo veramente osservare, ma fu evidentemente sufficiente per tutelare presso i posteri l’anonimato dei primi capintesta.

187. Tuttavia, una tradizione ancor viva agli inizi del Novecento raccontava che il primo capintesta fu un ferracavalli di Porta Capuana di nome Pasquale Capuozzo.

A quanto pare, Il Capuozzo rimase capintesta dal 1820 fino al 1824, quando venne semplicemente ucciso nel sonno dalla moglie (di professione “mammàna” ovvero “levatrice”), convinta che il marito la tradisse con una signorina di famiglia borghese.

In onore del suo primo capintesta e per ricordare le circostanze della sua morte, la Bella Società decise di offrire, ogni anno, un corredo da sposa e una dote in denaro a 12 ragazze del popolo, sorteggiate fra le più povere dei 12 quartieri della città: la “dote del capintesta” veniva assegnata il giorno 8 dicembre, festa dell’Immacolata Concezione, considerata la “protettrice” della Società (vedi sopra, n°185).

Il capintesta irregolare: Aniello Ausiello

188. Oltre al “fondatore” Capuozzo, l’unico capintesta della prima metà dell’Ottocento di cui sia rimasto il nome è l’irregolare Aniello Ausiello, attivo negli anni intorno al 1840.

Irregolare fu infatti la sua ascesa al vertice dell’organizzazione, perché non avvenne attraverso la normale elezione da parte del Consiglio dei 12 capintrìti ma perché lui insultò, sfidò e vinse, con quattro zumpàte nello stesso giorno, altrettanti capintrìti a lui ostili; fino a quel momento, del resto, Ausiello non era nemmeno capintrito ma un semplice camorrista, specializzato nel riscuotere tangenti sull’acquisto dei cosiddetti “scarti di reggimento” ovvero i cavalli ormai malandati che venivano venduti all’asta dall’esercito borbonico.   

Irregolare fu poi il suo esercizio della massima autorità camorristica, perché non si limitò a gestire il barattolo delle normali attività, ma si mise a vendere, in proprio, armi e cavalli ai banditi che infestavano le strade delle province.

Irregolare fu anche il termine del suo mandato, perché non si concluse con un normale pensionamento, ma con la sua fuga da Napoli allor quando si accorse di essere diventato ormai inviso alla quasi totalità dei componenti l’organizzazione ad ogni livello.

Irregolare, da ultimo, fu anche il suo comportamento verso la moglie Nannina ‘a pizzicàta: la abbandonò infatti in città quando lui divenne uccel di bosco e la poveretta si vide rifiutare dalla Società anche il “trattamento pensionistico” che le sarebbe spettato se fosse rimasta vedova: esasperata, sfidò a duello, con la spadella di Genova, la moglie del nuovo capintesta, ma ne uscì sconfitta. 

Il capintrito Michele Aitollo detto Michele ‘a nubiltà

189. Sempre nella prima metà dell’Ottocento, è invece scritto nell’Albo d’onore della Bella Società il nome di Michele Aitollo, capintrito del quartiere Porto negli anni Trenta, e detto, per i suoi modi signorili, Michele ‘a nubiltà

Figlio di un sommozzatore ed ex sommozzatore lui stesso, la sua rendita principale era costituita dalle tangenti imposte a tutti i pescivendoli del quartiere Porto.

A tale rendita, egli però volle sempre far corrispondere, per così dire, un servizio reale: di bassa statura, coi capelli rossi ed il corpo quasi interamente ricoperto di tatuaggi “religiosi” (crocifissi, santi, madonne, perfino una grotta di Betlemme al completo …), ogni giovedì sedeva in un basso della Rua Catalana e, assistito da due uscieri, riceveva in udienza la gente del popolo, che andava da lui per le piccole e grandi controversie di ogni tipo. Lui ascoltava le parti, ascoltava i testimoni, sentiva la vox pòpuli e poi emanava, su due piedi, inappellabili e salomoniche sentenze.     

190. Perdette la moglie e cinque figli nel colera del 1836-37 ma, per tutta reazione, si mise a disposizione delle autorità nel far applicare le misure igieniche-sanitarie allora previste e nell’aiutare monaci ed infermieri nella loro opera di assistenza.

Passato il colera, nel 1838, con un altro atto di nobiltà, si risposò ormai cinquantenne con una ragazza quindicenne di nome Concettina Avitabile, figlia di un venditore ambulante di olive, la quale era stata sedotta e abbandonata da un pescivendolo, che s’era poi involato arruolandosi su una nave inglese.  

191. Nel 1839, in occasione del primo anniversario di matrimonio, volle aggiungere un nuovo tatuaggio ai molti che già aveva: il nome di Concettina sul braccio sinistro. Subito dopo l’intervento, però, il braccio iniziò a gonfiarsi; venne poi una fortissima febbre e, nel giro di soli tre giorni, una dolorosissima morte.

“Me l’hanno ucciso!” esclamò Concettina e tale era pure la vox pòpuli: il giorno dopo, il tatuatore, a torto o a ragione, venne rinvenuto cadavere con un profondo taglio alla vena giugulare, nella sua bottega del Piliéro.  

Tore ‘e Criscienzo: la camorra “politica”

192. Nel 1849, assurse a capintesta Salvatore De Crescenzo, detto Tore ‘e Criscienzo, nato nel 1816.

E’ sotto di lui che la camorra iniziò a diventare “politica”, fino a svolgere un ruolo decisivo nelle vicende del Risorgimento e nella stessa nascita dello Stato italiano.

  Tore 'e Criscienzo

193 - “La camorra, che un tempo si annidava come uno scarafaggio negli angoli più squallidi del Regno delle due Sicilie, ora comincia ad arrampicarsi lungo le fessure della struttura sociale e ad infestare le istituzioni rappresentative del Regno d’Italia.

Al termine del Risorgimento, la camorra non era più un problema che allignava in quei luoghi dove lo Stato non riusciva ad arrivare, era un problema che insidiava dall’interno lo Stato stesso”[55].  

Camorristi e liberali prima del 1860: in de’ Sivo

194. Lo storico borbonico Giacinto de’ Sivo[56] scrive:

“(I camorristi) erano molti, di qua e di là del faro; e sì come era loro istituzione il non impacciarsi di politica, nel 1848 s'erano valùti de' torbidi, ma poco, solo sul finire, vi s'eran mescolati.

Il governo (borbonico), e prima e dopo, tentò d'estirpare questo flagello della società civile; li reprimeva, li puniva, li teneva in carceri e al confine, e sin sopra isole li relegava.

195. Ma trovavano protezione in altri camorristi, vestiti alla borghese, che di più grosse mercèdi facevan mercato, e preparavano la camorra in grande, per divorare con la rivoluzione le ricchezze dello Stato.

Costoro, col pretesto di liberare la patria, valendosi delle persecuzioni della polizia contro quelli, di leggieri li tirarono a sé; e già da più anni assoldàti, vivendo con tali paghe, facevano il mestiero con più agio e men rumore.

196. Venuto, a questi ultimi anni, Luigi Aiossa a direttore di polizia, visto non valere legalità, trovati documenti della setta, ne agguantò più centinaia e li spartì per l'isole.

I faziosi, che avevano essi stessi indotto il direttore a quel passo, subito gridarono all' illegalità; i giornali torinesi vomitavano insulti; e da questo, i congiuratori trassero opportunità di stringersi meglio con la camorra”.

Camorristi e liberali prima del 1860: in Monnier

197. La tesi dello storico borbonico circa l’alleanza organica fra liberali e camorra è sostanzialmente confermata, pur cercando di attenuarne il significato e l’importanza, anche dallo storico liberale Marc Monnier: 

“Fra questi audaci furfanti, che si assumevano qualità di capi del popolo, e un gentiluomo napolitano, che non ho bisogno di nominare, ebbe luogo un colloquio.

(Il gentiluomo napolitano era Gennaro Sambiase, duca di San Donato, che aveva combattuto sulle barricate nel 1848 e da quel momento era ricercato dalla polizia borbonica; continuò anche dopo il 1860 a rimanere in contatto con la camorra, servendosene a scopo elettorale).

198. Eransi dati appuntamento in un quartiere lontano, dietro l'Albergo de' Poveri. Vi si condussero con precauzione, col cappello che cuopriva la lor faccia, giungendo l'uno dopo l'altro, e avvicinandosi ai primi arrivati con un certo segno che facean con le labbra e che somigliava al rumore di un bacio, ed era il segnale di riconoscimento.

(Riuniti che furono … sia i camorristi sia il cospiratore liberale cominciarono a parlare contro il governo borbonico).

199. Ma i camorristi … rimproverarono al gentiluomo la rivoluzione del 1848. Gli dissero ciò che ho già notato, che questo moto non era scoppiato nel popolo e per il popolo: che i borghesi, letterati e ben vestiti, non aveano pensato che a loro stessi, lasciando da parte la povera gente: che, se un nuovo cambiamento dovea avvenire, la santa canaglia non intendea abbandonarne i vantaggi a coloro che aveano già delle piastre: che, infine, c’era bisogno di danaro, di molto danaro, per suscitare una rivolta, e che, per cominciare, ogni capo-popolo, vale a dire ogni capo-camorrista, esigeva una gratificazione di 10 mila ducati …

Così, ognuno di essi ricevé provvisioni fisse, regolate a seconda del numero degli uomini che rappresentava … Vi erano de' decurioni e de' centurioni, che si riconoscevano a un segnale in carta pecora che portavano sopra di essi; ma questo segnale, in cui leggevasi la parola Ordine (era la parola del comitato segreto), non era per gli uomini della camorra che una lettera di cambio permanente.

La setta si diceva liberale e preparava ogni giorno una dimostrazione ostile al governo, ma si limitava (per ora) a prepararla. Non mirava che alle piastre”.

Però, per i gentiluomini liberali, giunse infine il momento di “passare all’incasso”.

continua


Note

[41] Vedi sopra, n°103

[42] Renzo De Felice – “Mussolini il rivoluzionario”, Ed. Einaudi, 1965.

[43] Vedi nn°177-180 in “Il periodo liberale dal 1876 al 1887”.

[44] Erminio Fonzo – “Storia dell’Associazione Nazionalista Italiana”, Edizioni Scientifiche Italiane, 2017.

[45] Franco Gaeta – “Dizionario biografico degli italiani”, 1983.

[46] Ibidem

[47] Vedi nn° 134-147 in “Il periodo liberale dal 1887 al 1896”.

[48] Vedi nn°138-144 in “Il periodo liberale dal 1887 al 1896”.

[49] Vedi n°137 ibidem

[50] Vedi sopra, n°90, punto 7.

[51] Vedi nn°157-169 in “Il periodo liberale dal 1876 al 1887”.

[52] Giacinto de’ Sivo - “Storia delle due Sicilie dal 1847 al 1861”, Vol. II, Libro XXI, 1868.

[53] Vedi nn°116 e segg. in “Il periodo liberale dal 1896 al 1900”.

[54] Vedi n°192 ibidem: Prima piaga, parte seconda, cap. II e III.  Di Mastriani, vedi anche “La malavita”, Ed. Guida, 2016.

[55] John Dickie, op. cit.

[56] Giacinto de Sivo, op. cit.

Angelo Renzi


Pubblicazione de Il Portale del Sud, maggio 2018

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