Le Pagine di Storia

 

 

 

 

La nascita del regno meridionale

Carlo III e Bernardo Tanucci

di Fara Misuraca

Medaglia in bronzo, 1771 omaggio a Bernardo Tanucci

(collezione Francesco di Rauso, Caserta)

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Nel 1734, Don Carlos di Borbone, duca di Parma e infante di Spagna, approfittando dell’impegno austriaco sul fronte polacco, inizia la conquista dei regni di Napoli e di Sicilia.

Carlo di Borbone

Dopo la conquista Carlo, anche se comunemente viene inteso come sovrano di Napoli con annessa provincia siciliana, diviene in realtà sovrano di due stati indipendenti ed “il suo titolo dinastico era quello di re delle due Sicilie, o meglio come si legge nei decreti legislativi, re dell’una e dell’altra Sicilia, della Sicilia al di qua e della Sicilia al di la del Faro [1] in virtù della cessione fattagli dei diritti della casa di Spagna sui regni di Napoli e di Sicilia.

I due regni erano separati fin dal 1282, ben distinti tra loro anche se spesso associati nella persona di un unico re. Ma un unico re o vicerè non significa un unico regno. Ciascuno dei due regni, infatti possedeva proprie leggi ed istituzioni: in Sicilia, ad esempio, viene mantenuto il Parlamento, mentre a Napoli continuano ad esistere i Sedili, istituzioni meramente consultive alla stregua degli Stati Generali di Francia. Tuttavia il regno di Carlo, pur essendo ancora feudale è uno stato “moderno” ben diverso dagli antichi stati italiani e più vicino agli stati a dispotismo illuminato, anch’essi governati, in realtà, da re feudali (siamo ancora nel ‘700, non dimentichiamolo!).

Medaglia del 1735 in bronzo coniata a Palermo per l’incoronazione di Carlo e il ritorno dei Regni di Napoli e di Sicilia all’autonomia dinastica. Clicca sull'immagine per ingrandire. Visita la pagina delle medaglie storiche siciliane.

A Napoli Carlo regnerà da despota illuminato con sovranità personale, in Sicilia invece regnerà in regime parlamentare feudale.

E’ un regno non facile da gestire proprio per la diversità delle sue due componenti. Le diversità erano tante ma ci limiteremo a descrivere quelle, a nostro parere, più importanti.

Una prima diversità risiede nello “status” della feudalità: l’aristocrazia fondiaria in termini quantitativi è meno forte in Sicilia ed i due quinti del territorio e della popolazione sono regio demanio. A Napoli invece, nonostante ci sia una popolazione doppia di quella dell’isola, la parte demaniale è meno della metà che in Sicilia. Inoltre, nella parte continentale, non esistano città degne di questo nome oltre Napoli; in Sicilia invece, accanto a Palermo troviamo Messina, Catania, Agrigento, Siracusa, Marsala, Trapani ed altre ancora.

Gaspar van Wittel, Napoli - il borgo di Chiaia, 1729

In Sicilia, anche se numericamente inferiore, il baronaggio, grazie al Parlamento, è politicamente più potente e impedisce la formazione di una società civile (quella degli intellettuali illuministi prima e delle pagliette poi) che invece trova maggior spazio a Napoli.

Una seconda, e non meno importante, diversità la riscontriamo a livello culturale: Napoli vanta una delle più antiche e valide università europee, fondata da Federico II, in Sicilia invece le Università di Messina e Catania, fondate da Alfonso il Magnanimo, non avevano avuto un grande sviluppo e solo nella seconda metà del XVII secolo Messina diventa un centro prestigioso, rimasto poi a lungo chiuso, per rappresaglia, in seguito alla rivolta di Messina del 1674. Catania, rimasta unica, si era limitata a conferire titoli senza produrre cultura.

Gli studiosi Siciliani più importanti furono costretti ad operare al di fuori del regno mentre l’istruzione della gioventù isolana era totalmente affidata ai gesuiti e “la provincia gesuitica - come dirà Scinà - se certamente è santa, non è parimente dotta[2].

Insomma per farla breve mentre Napoli può fregiarsi di studiosi come Vico e Genovese ed è conosciuta nel resto d’Europa per personaggi come Pietro Giannone e Alfonso de Liguori, la Sicilia è conosciuta per personaggi come Giuseppe Balsamo, alias Conte di Cagliostro o Giuseppe Vella, falso arabista e autore dell’”arabica impostura”! [cfr. l'istruzione nelle Due Sicilie]

Mancarono però in entrambi i regni i grandi statisti in grado di gettare solide fondamenta per uno sviluppo omogeneo del neonato regno e per la sua futura sopravvivenza.

Bernardo Tanucci

Dal 1734 al 1776 fu ministro Bernardo Tanucci [3], toscano, dal ’76 all’86, Giuseppe Beccatelli Bologna, marchese della Sambuca, siciliano ed infine dall’86 all’89, Domenico Caracciolo, napoletano che fu anche vicerè di Sicilia. Nessuno dei tre, pur avendo effettuato delle importanti riforme si rese conto della necessità di rendere stabile e forte il rapporto tra Napoli e Sicilia, neanche Tanucci, sicuramente il migliore dei tre, che operava per conto di re Carlos, ormai re di Spagna. Nemmeno Gaetano Filangieri, illustre giurista e filosofo, si pose seriamente il problema di risolvere i rapporti reciproci tra i due regni.

Dal 1789 in poi, nonostante gli eventi della Rivoluzione francese che avrebbero dovuto far comprendere la necessità di una politica di rafforzamento costituzionale, per desiderio della regina, l’austriaca Maria Carolina [4] fu infine chiamato John Francis Acton [5], la cui unica preoccupazione, in accordo con i desiderata della regina, fu quella di avversare la Francia sia in politica estera che interna.

Maria Carolina

Ma torniamo al 1734 e a Don Carlos.

Dopo la conquista sul campo dei due regni e nonostante il rifiuto del papa di riconoscergli l’investitura del regno di Napoli [6], Carlo - forte del sostegno del popolo napoletano e del giuramento di fedeltà ed ubbidienza del parlamento siciliano a cui ricambiò giurando a sua volta l’osservanza fedele delle istituzioni - compì l’atto fondante della monarchia meridionale. Approfittando poi del privilegio dell’ “Apostolica legatia” di cui godeva la Sicilia aggirò l’opposizione papale e il 3 luglio del 1735 si fece incoronare, nella cattedrale di Palermo re di entrambe (utriusque) le Sicilie, prima ancora che l’intera isola fosse militarmente conquistata.

Napoli vista dal borgo di S. Lucia, Londra, già Christie's

La nascita del regno meridionale fu il fatto nuovo del settecento italiano, l’inizio di un periodo storico nuovo, di un processo di trasformazione.

Carlo assunse il titolo di III [7], mostrando così di considerarsi un sovrano ereditario. L'incoronazione di Palermo segnò un successo della diplomazia borbonica sulla politica papalina ma contemporaneamente rafforzò il baronaggio siciliano con le conseguenze destabilizzanti sul nuovo regno che tutti conosciamo. Per parafrasare D’Azeglio: le Sicilie erano fatte ma bisognava fare i siciliani! [8]

I ministri di Carlo, Santostefano, Montealegre (spagnoli) e Tanucci (toscano) cercarono di organizzare la monarchia meridionale nel rispetto delle autonomie dei due regni. Fu costituita una “Giunta suprema” su modello del “Consiglio d’Italia” (un’istituzione peculiare del governo spagnolo che comprendeva, al tempo dei vicereami anche i rappresentanti, in minoranza, di Sicilia, Napoli e Milano), nella Giunta suprema però non c’era preminenza napoletana o siciliana e poiché Carlo scelse come residenza Napoli, si introdusse l’usanza di chiamare come Vicerè in Sicilia un non siciliano (né di terra né di isola) proprio per evitare qualsiasi sospetto di ingerenza.

Se il dualismo statuale siculo-partenopeo conservava l’autonomia dei due regni non impediva tuttavia un’azione politica unitaria. Venne così elaborato nel 1736, da un apposito gruppo di giuristi, un programma politico da applicare ai due regni. Tale programma prevedeva la moderazione del lusso (lo “spagnolismo”), il divieto di ostentare vessilli stranieri, l’introduzione di vantaggi e privilegi doganali e fiscali atti a promuovere i commerci sia terrestri che marittimi, il rientro degli ebrei, che sicuramente avrebbero dato una notevole spinta all’imprenditoria, la proibizione al potentissimo clero di acquistare nuovi beni immobili, un censimento della popolazione per meglio ripartire gli oneri fiscali ed infine togliere, o quantomeno ridimensionare, ai baroni siciliani la giurisdizione sulle terre feudali.

Carlo di Borbone, statua di Palazzo Reale Napoli

Altro provvedimento adottato congiuntamente nei due regni fu l’introduzione della lingua italiana in luogo del latino e dello spagnolo. Questo atto, apparentemente insignificante doveva servire a fornire un carattere “nazionale” al nuovo regno.

Il progetto era valido e si ispirava ai rimedi suggeriti dal Montesquieu ma come potete ben immaginare fu osteggiato in molte sue parti dai baroni siciliani [9] così come dagli ecclesiastici che rifiutarono anche la proposta di richiamare gli ebrei [10]. In sostituzione furono adottate singole riforme, come l’istituzione di un Supremo Magistrato di Commercio che aveva il compito di sottrarre alla magistratura dominante il controllo totale su ogni affare economico (agricolo, commerciale, artigiano e marinaro) ma le reazioni furono tali sia a Napoli che a Palermo che il provvedimento dovette essere subito revocato.

Il Parlamento siciliano consentì solamente la riduzione del numero degli ecclesiastici, l’annullamento delle finte traslazioni di beni laici alla chiesa allo scopo di evadere il fisco e il divieto di costruire nuovi conventi, monasteri ed altri pii edifici.

La Sala Ercole, Parlamento Siciliano

Il tentativo di limitare il potere baronale fu infine bloccato e rimandato in seguito alla vertenza giudiziaria tra il comune di Sortino ed il principe del Cassero, clamorosamente vinta da quest’ultimo [11].

Purtroppo Carlo III, nel 1759, assunse la corona di Spagna [12] lasciando come successore il figlioletto terzogenito Ferdinando, di soli 8 anni. Per non lasciare campo libero al papa, che si era offerto come reggente, fu istituito un Consiglio di Stato il cui compito era di reggere la Cosa Pubblica e di educare il giovanissimo re. Reggenti furono scelti il principe di Sannicandro e Domenico Di Sangro per il regno partenopeo, il principe di Camporeale e Michele Reggio, dei principi di Aci per la parte siciliana. Al marchese Tanucci toccò invece il delicato compito di mantenere i rapporti con Carlo III che si era riservato la suprema potestà di dettare le direttive politiche durante la reggenza.

Carlo III mostrò un grande interesse nel rafforzare e consolidare il nuovo stato e lo fece cercando di corresponsabilizzare la Sicilia e impedendo eventuali preferenze per questa o quell’altra “nazione” ed in ciò fu egregiamente coadiuvato dal fedele Tanucci. A riprova del forte impegno di Carlo e del Tanucci è possibile consultare la fitta corrispondenza tra i due, durata ben quindici anni. La diplomazia e l’esercito spagnolo erano a difesa dell’indipendenza delle Sicilie e non solo, anche la politica matrimoniale fu volta a bilanciare le “irrequietezze diplomatiche” e le aspirazioni del re di Sardegna. Carlo pensò pertanto di coinvolgere in questo l’Austria dando in sposa a Ferdinando, Maria Carolina. Non poteva prevedere l’evolversi della situazione!

Ferdinando IV di Napoli, III di Sicilia

Il disegno istituzionale di Carlo III non venne però compreso dai popoli interessati e ben presto si formarono due “partiti”, il napoletano ed il siciliano rivali tra loro. Non riuscivano i due stati a comprendere il significato di “federazione” tra pari, ma si ostinavano ad inseguire il sogno del Regno normanno! (Da questo punto di vista non credo sia cambiata qualcosa al sud come al nord).

Purtroppo Carlo lasciò istruzioni particolareggiate per la successione (la Pragmatica Sanzione) e per la reggenza ma nulla sull’educazione del figlio, che affidò al Sannicandro. Questi lo fece crescere sano e robusto, ma diciamoci la verità, assolutamente ignorante riguardo la politica e la specialissima situazione interna del regno che avrebbe dovuto governare [13].

Gaetano Filangieri

Fu durante la reggenza che in ambito europeo si verificò uno degli eventi più importanti che consentì una spinta al riformismo giurisdizionalista e illuminista del giovane regno: l’espulsione dei Gesuiti [14] .

I vuoti lasciati dai gesuiti, in tutta Europa, furono prontamente occupati da uomini di cultura sia laici che religiosi che si ispiravano, anche se in maniera moderata a Voltaire, Diderot e D’Alembert.

Uno di questi uomini fu certamente Bernardo Tanucci che, nel regno delle due Sicilie e per conto del re Don Carlos, eseguì prontamente, nel 1767, l’espulsione dei gesuiti e la confisca del loro patrimonio (nella sola Sicilia si trattava di 40.000 ettari di terreni coltivati in vario modo, la totalità delle scuole e dei collegi, chiese, biblioteche, ecc).

Il problema che si pose subito fu: che fare di tutto questo ben di Dio?

Carlos ed il suo ministro, su consiglio di Antonio Genovesi (economista di grande prestigio dell’università napoletana) scelsero, riguardo i beni immobili agricoli, di non acquisirli al regio demanio ma di parcellizzarli e concederli in uso ai contadini. Questa fu una grande riforma e vista l’enormità dei beni gesuitici in Sicilia ebbe nell’isola un peso notevolissimo, molto più che nella parte continentale del regno.

Un’altra importante riforma tanucciana sempre determinata dall’espulsione dei gesuiti fu l’istituzione della scuola pubblica di Stato. Fino ad allora l’istruzione era stata una peculiarità dei gesuiti. La chiusura delle case e collegi gesuitici implicò che decine di migliaia di studenti si trovassero di colpo senza scuole e senza professori. Lo Stato si appropriò delle strutture ma, con grande scorno della chiesa, non delegò l’insegnamento ad altri ordini religiosi bensì creò un corpo docente costituito da laici che potevano accedere all’insegnamento solo per concorso e senza conflitto d’interesse. Spiego meglio, un canonico ad esempio, anche se preparato non poteva contemporaneamente ricoprire l’incarico di insegnante e di canonico! Di questa legge ne fece le spese un esimio pedagogo come De Cosmi!

Il progetto era ottimo ma purtroppo ebbe un limite: il costo finanziario dell’istruzione non fu messo a carico del bilancio dello stato ma si calcolò di finanziare esattamente quelle che sarebbero state finanziate dai gesuiti! Si riaprirono solo e soltanto quelle che avevano operato con i gesuiti e l’onere della gestione di eventuali nuove scuole fu delegato ai comuni che non sempre furono in grado di mantenerle! [cfr. l'istruzione nelle Due Sicilie]

Le scuole furono divise in tre livelli:

le scuole minori (18 nella parte continentale e 22 nell’isola)

le scuole maggiori dotate di convitti (9 nel napoletano e 5 in Sicilia)

le scuole superiori, organizzate come vere e proprie università (una a Napoli e una a Palermo).

La riforma pur con un carattere limitato fu egualmente di grande importanza anche se non mancarono i “trombati” eccellenti come Giovanni De Cosmi ed il principe di Torremuzza che sicuramente l’avrebbero resa di migliore qualità, l’uno per la sua grande esperienza pedagogica l’altro per le sue capacità creative e organizzative.

Collegata all’espulsione dei gesuiti e alla laicizzazione della cultura fu pure la nascita di varie istituzioni culturali pubbliche d’ispirazione laica, come le biblioteche e la stessa università di Palermo.

Purtroppo nel 1776 Tanucci fu destituito dal potere e, caduto lui, cadde anche il suo riformismo.

Medaglia del 1735 in argento coniata a Palermo per l’incoronazione di Carlo e unzione nel Duomo di Palermo. Clicca sull'immagine per ingrandire. Visita la pagina delle medaglie storiche siciliane.

A causare questo capovolgimento concorsero essenzialmente due cose: re Ferdinando, una volta raggiunta la maggiore età cominciò a sentire sempre più impellente il desiderio di emanciparsi da Tanucci e soprattutto dalla tutela paterna. Voleva essere lui il re e non solo l’esecutore degli ordini di suo padre! Non diverso nei confronti dell’ingerenza di Carlo, anche se con diversa finalità, era l’atteggiamento di Maria Carolina, figlia di Maria Teresa d’Austria che per contratto matrimoniale aveva diritto di regnare partecipando al Consiglio di stato; inoltre parte dell’elite napoletana, filo-francese, desiderava uscire dall’orbita spagnola, così come parte del baronaggio siciliano, che non aveva in simpatia le riforme tanucciane tendenti a limitarne il potere, capeggiato da Giuseppe Beccadelli, marchese della Sambuca e ambasciatore borbonico a Vienna.

Maria Carolina con il figlio Tito

Non è facilmente comprensibile oggi l’atteggiamento di costoro. Tanucci era riuscito a gestire in maniera più che equilibrata il rapporto tra Napoli e Sicilia e il dualismo costituzionale aveva funzionato, anche se con un certo lassismo nei confronti dei siciliani.[15] Il baronaggio siciliano non aveva dunque motivo di lagnarsi ma il Sambuca, pur di prendere il posto di Tanucci, finse di non comprendere le conseguenze per la Sicilia dell’abbandono della prassi costituzionale spagnola e dell’alleanza con Carlo III e si alleò con la corrente di Maria Carolina che complottava contro Tanucci.

Ma tant’è, o meglio tanto è stato!

Nell’ottobre del 1776, con una sorta di colpo di stato Bernardo Tanucci fu deposto e Giuseppe Beccatelli Bologna marchese della Sambuca assunse la carica di Primo segretario di Stato e Maria Carolina si adoprò a più non posso, facendo anche controllare la corrispondenza del Tanucci, per strappare le due Sicilie all’orbita di influenza della Spagna di Carlo III, il creatore del regno, per riconsegnarla alla tutela austriaca.

Fara Misuraca

Pagina successiva: I successori di Tanucci: Sambuca, Caracciolo e Caramanico

Napoli vista dal porto, Beaulieu, National Motor Museum


Bibliografia

  • Montesquieu, Viaggio in Italia, cit. da Giarrizzo in La Sicilia

  • Leonardo Sciascia Il consiglio d’Egitto, Sellerio, Palermo

  • AAVV, Storia di Sicilia , Edizioni, Storia di Napoli e della Sicilia, 1978

  • Renda Francesco, Bernardo Tanucci, Sellerio Palermo

  • P. Calà Ulloa, Considerazioni sullo stato economico e politico della Sicilia, (3.8.1838), citate in E. Pontieri, Il riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell'Ottocento, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1961, p. 240. [Calà Ulloa era procuratore generale del Re a Trapani].

  • F. Renda, Storia della Sicilia dalle origini ai nostri giorni, Sellerio

  • AAVV Contributi per un bilancio del Regno Borbonico, edito dalla Fondazione Lauro Chiazzese, 1990.

  • Gleijeses Vittorio, La Storia di Napoli, Società Editrice Napoletana, 1977

  • Gleijeses Vittorio, La guida storica, artistica, monumentale, turistica della città di Napoli e dei suoi dintorni, Società Editrice Napoletana, 1979.


Note

[1] Renda, Storia della Sicilia, p. 720

[2] Renda, Storia di Sicilia, pag.723

[3] Bernardo Tanucci (1698-1782), ministro della Giustizia, poi degli Esteri, che divenne il suo consigliere nel rinnovamento dell'amministrazione dello Stato, acquistando un grande prestigio, che conservò anche quando a Carlo, chiamato nel 1759 sul trono di Spagna, succedette Ferdinando IV. Seguendo i principi illuministi attuò molte riforme per eliminare i privilegi feudali e limitare quelli ecclesiastici: abolì l'Inquisizione, alcuni ordini religiosi, la manomorta, il foro ecclesiastico e le immunità fiscali. Riorganizzò l'esercito e la marina e con la buona amministrazione, creò un saldo ed efficiente apparato statale. Contrastato dalla regina Maria Carolina, desiderosa di sottrarre il regno alla sudditanza spagnola, fu allontanato dal governo nel 1776.

Medaglia in bronzo, 1771 omaggio a Bernardo Tanucci

(collezione Francesco di Rauso, Caserta) clicca sull'immagine per ingrandire

[4] Maria Carolina d'Asburgo-Lorena (1752-1814), sposò nel 1768 Ferdinando IV. Mirò a svincolare lo Stato dalla tutela spagnola e inglese, a favore dell'Austria. Per le sue continue ingerenze, Maria Carolina fu alla fine allontanata dal Regno, e fece ritorno in Austria.

Medaglia in argento del 1768, coniata per il matrimonio di Ferdinando IV con Maria Carolina (collezione Francesco di Rauso, Caserta) clicca sull'immagine per ingrandire

[5] Con l'aiuto della regina Maria Carolina, il suo favorito, l'ammiraglio inglese John Francis Edwards Acton (1736-1811), fu chiamato nel 1778 da Ferdinando IV a riorganizzare la marina Napoletana, ed ebbe importanti incarichi politici. Nel 1788 divenne ministro degli Esteri e quindi primo ministro.

John Francis Edwards Acton

[6] Non dimentichiamo che i regni di Napoli e Sicilia erano rivendicati quali feudi del papa, tanto che il papa rifiutò quell’anno la chinea, simbolo di sudditanza feudale offerta da Carlo e fu accettata quella offerta da Carlo VI d’Austria.

[7] Nei dizionari Carlo è generalmente indicato come III di Spagna, V di Sicilia e VII di Napoli. In realtà come Re di Napoli e di Sicilia ebbe tre titolazioni: 1 Carlo III di Sicilia e di Gerusalemme (III perché i siciliani non consideravano legittimi né Carlo D’Angiò né Carlo VI d’Austria), 2 Carlo re delle due Sicilie e di Gerusalemme etc., infante di Spagna, duca di Parma, Piacenza e Castro etc., gran principe ereditario di Toscana etc., 3 Carlo VII di Napoli (come chiamato nella Bolla di investitura papale del 10 maggio 1738). Questo ultimo titolo non fu mai adoperato perché i napoletani non amavano considerarsi vassalli del Papa. (Storia della Sicilia, VI, pag. 291)

[8] Ancora oggi, a mio parere, esiste il problema di una unità a livello identitario dei popoli dell’ex regno delle due Sicilie.

[9] Il baronaggio costituiva una forza sociale potentissima. Si divideva in due sezioni, coloro che possedevano feudi e baronie con vassallaggio e coloro che possedevano feudi e baronie senza vassallaggio. Questi ultimi erano la maggioranza ed erano noti come “nobili di provincia”. I baroni con vassallaggio erano pochi, un centinaio circa, i “baroni del regno” propriamente detti. Questi nei loro feudi esercitavano anche la giurisdizione civile e penale. I singoli baroni potevano possedere più feudi con vassalli e maggiore era il numero dei feudi e di vassalli posseduti maggiore era il potere politico in quanto la rappresentanza in parlamento non era dei singoli baroni ma dei singoli feudi con vassalli.. Il principe di Villafranca ad esempio, che aveva 11 titoli disponeva di 11 voti in parlamento!

[10] In Sicilia si aprì una campagna antisemita senza freni a basi di maledizioni e anatemi, compresa la sterilità del sovrano e gli ebrei non arrivarono mai!

[11] Il comune di Sortino era entrato in vertenza con il principe del Cassero al fine di ottenere il passaggio dalla dipendenza vassallatica alla condizione demaniale regia. Il divieto di passaggio al regio demanio era una legge costituzionale ed in Sicilia tale modifica poteva avvenire solo previo consenso del parlamento. Questo assetto giudiziario e politico, peculiare della Sicilia non fu mai capito da Napoli e fu causa di conseguenze gravissime nel periodo del vicereame di Caracciolo.

[12] Nel 1759 Carlo III divenne re di Spagna succedendo al fratello Ferdinando IV morto senza eredi. In altri tempi il re delle due Sicilie avrebbe cinto anche la corona di Spagna riunendo sulla sua testa i tre regni, ma i trattati internazionali vietavano espressamente la riunione delle Sicilie al regno spagnolo. Carlo non si perse d’animo e spartì i suoi domini in famiglia lasciando la corona delle due Sicilie al figlio terzogenito Ferdinando che allora aveva solo 8 anni. Essendo il regno un preteso feudo papale, il pontefice si offrì di assumere la reggenza (come ai tempi di Federico II) ma Carlo non se ne diede per inteso anzi emanò una legge con la quale stabilì che la reggenza rimanesse alla classe dirigente e inoltre cambiò la linea di successione in modo tale che se Ferdinando non avesse avuto eredi il regno tornava alla Spagna.

[13] Scrive Tanucci a Carlo l’8 maggio del 1770: “Trovai il re all’oscuro di tutto, di parlamenti siciliani convenne farne spiegazione, nel corso della quale vidi che al re era una novità poco gradita il potere e il rito parlamentario, e ravvisai che questo rendeva più gradito il regno di Napoli , ove corrono senza parlamenti la rendite regie” In Storia di Sicilia, vol. VI , p. 219

[14] La compagnia di Gesù fu sciolta ufficialmente da papa Clemente XIV il 21 luglio 1773, in seguito alle forti pressioni di Francia, Spagna e Portogallo.

[15] Lassismo che, tra le altre cose, aveva consentito la prolungata presenza del vicerè Fogliani, costretto a forza dai palermitani a rifugiarsi a Messina. La rivolta, scoppiata nel settembre 1773, contro il Fogliani assunse ben presto carattere politico, probabilmente aiutato dai gesuiti, ed un governo provvisorio guidato dall’arcivescovo di Palermo Serafino Filangieri prese delle importanti decisioni senza il beneplacito di Napoli. Re Ferdinando era quasi pronto a far ricorso alle armi per sedare una rivolta che, temeva, potesse facilmente estendersi a tutta l’isola ma Tanucci lo convinse alla mediazione e tutto si risolse pacificamente.


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