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Montecassino

 

L'Indistruttibile Abbazia

Chi viaggia sa che ci sono luoghi della Terra dove sembra che la storia si concentri di colpo, quasi un fenomeno geologico di attrazione magnetica. Come se una calamità sotterranea incollasse diverse generazioni, le loro ansie, i loro lutti, le loro gioie, incatenandoli in uno stesso punto, in pochi chilometri quadrati. Un grumo, un nodo, dove passa di tutto: santità, arte, letteratura, scienza, guerra, politica. La civiltà e la sua negazione. Gli antropologi potrebbero spiegare che si tratta di condizioni climatiche, geografiche, magari psicologiche e hanno di solito le loro ragioni. Gli storici ci soccorrerebbero con altre degne interpretazioni.

Ma c'è almeno un posto nel mondo che sta lì a dimostrare un nesso misterioso fra i destini umani e il loro compimento. Questo posto si chiama Montecassino. Ancora oggi al visitatore che per la prima volta salga all’Abbazia appaiono nelle ultime curve blocchi di pietra squadrati e irregolari che istintivamente rimandano a secoli molto remoti. E non a torto: sono resti di mura sannitiche (popolazione pre-romana del luogo) che furono messe a difesa di quel monte, considerato sacro ad Apollo già nell'antichità. Lo sperone di roccia, fra Roma e Napoli, ancora oggi si impone sull'orizzonte a chi viaggia sull'autostrada del Sole o su un treno nella sua bellezza. aspra, svettante nella pianura. Il monte è sovrastato dall'Abbazia, ricostruita nel secondo dopoguerra per la quarta volta, dopo il bombardamento anglo-americano del 1944. Da una parte c'è una ripida salita, dall'altra uno strapiombo spettacolare. Da lassù si gode la vista della campagna un po' brigantesca dell'entroterra campano.

Ma torniamo ad Apollo e al vero inizio di questo straordinario luogo carico di storia. Immaginate la penisola italica nel 480 dopo Cristo, quattro anni dopo la caduta dell'Impero Romano, con la deposizione di Romolo Augustolo, l'ultimo imperatore bambino. Non ci sono più leggi, ne ordine, ne strade sicure, ne commerci garantiti. A Norcia, un piccolo paesino delle montagne umbre, nasce un giovane di famiglia nobile, gli Anici, che va a studiare nella Roma decadente e corrotta. È cristiano, si chiama, nomen omen, Benedetto. Subito nauseato dalla vita della vecchia capitale dell'Impero, desideroso di dedicare tutta la sua vita a Dio, cerca la vita da eremita. Nella dispersione sociale, nella confusione generale, sceglie la montagna di Subiaco, s’accampa solitario presso i resti di una villa di Nerone. Ma qui, ci racconta san Gregorio Magno, suo primo biografo, accadono dei fatti che lo spingono prima a condividere la vita comunitaria con altri (fra cui due ragazzini, Mauro e Placido, rampolli della nobiltà romana, suoi primi allievi, e che gli rimarranno fedeli sempre) e poi a cercare un altro luogo per la sua missione. Il carisma del personaggio è tramandato anche nella sua descrizione fisica: alto, severo, con occhi che sembrano attraversare chi guarda, l'eremita diventerà presto un leader di uomini e comunità, addirittura masse, diremmo oggi. Suscitatore di civiltà, proclamerà dopo la storia. Un manager di Dio, un organizzatore (che pure non vuole esserlo), un custode della cultura (che però cerca sempre la semplicità) e tutto questo in un mondo in disfacimento.

Nel 529 Benedetto approda sul monte vicino a Cassino, non lontano da Capua, dove trova i resti del Tempio di Apollo. Lì fonda il suo primo monastero, con i primissimi discepoli, fra cui Mauro e Placido, lì scrive la Regola, lì diventa subito famoso per la sua santità. Totila, re dei Goti, sta per saccheggiare Roma, ma incuriosito da tale fama decide di salire prima a Montecassino per andare a trovare questo monaco, e Benedetto lo rimprovera, per nulla intimorito: "II male che fai è molto", gli dice.

Sono almeno due le sante regole che hanno avuto incalcolabili conseguenze storiche: ora et labora, che comprende la raccomandazione sul lavoro manuale e su quello intellettuale, e l'obbligo della lettura ("Ascoltate volentieri le sante letture"). Agricoltura e tecnologia, cultura e alfabetizzazione ricevono una spinta inaspettata. La Regola contiene un modello di convivenza e di civiltà che da Montecassino feconda tutta l’Europa.

Morto San Benedetto (le cui spoglie resteranno per sempre conservate nell'Abbazia e presso le quali ci si può ancora fermare), il suo esempio monastico si diffonde nel secolo successivo. Nel 577 Il duca longobardo Zotone assalta e distrugge completamente il Monastero (ma nessun benedettino muore secondo la stessa premonizione del Fondatore che avvertirà ancora in vita: ci saranno molte distruzioni ma "di questo luogo mi sono state concesse le anime"). I monaci fuggono tutti, portando con sé la Regola e si rifugiano a Roma.

La barbarie longobarda ottiene così l'effetto contrario: in tutta la terra allora conosciuta arrivano da Roma copie della Regola, ovunque nascono monasteri benedettini. Ben presto i monaci tornano a Montecassino e ricostruiscono l'Abbazia. Anzi, è in questo periodo (dopo il 720) che agisce lo storico Paolo Diacono, cui Montecassino deve l'invenzione dello "scriptorium". Il monaco vuole seguire la Regola e fa trascrivere ai suoi confratelli opere di poesia, grammatica, aritmetica e geometria, oltre che di storia. I suoi allievi salveranno, trascrivendole, le opere di Cicerone, Giovenale, Lucano, Ovidio, Plauto, Sallustio, Orazio, Virgilio e molti altri. I Padri della Chiesa hanno infatti interpretato la Regola del 500: tutte le opere sono da considerare "sante letture", perché in tutta la vera cultura umana, anche quella pagana, c'è la domanda di Dio. Ancora oggi la Biblioteca cassinense (ricca di 1.000 codici, 40mila pergamene e 250 incunaboli, dichiarata "Monumento nazionale") merita da sola la visita anche per il meno religioso degli spiriti. Anche perché vi è conservato un altro eccezionale documento: il Placito Capuano, uno dei primi documenti in lingua volgare. È un'altra incredibile storia che passa da Montecassino. Dunque, siamo prima dell'anno Mille (esattamente nel 960), l'Abbazia ha subito un'altra distruzione (la seconda) ad opera dei Saraceni, ma è già tornata ad una vita fiorente. L'abate possiede terre e gestisce ricchezze. Ad un certo punto c'è una controversia fra Aligerno, l'abate di allora, e un tale Rodelgrimo che riguarda alcuni campi e i loro confini. Il giudice di Capua sentenzia (dando ragione ai benedettini) e per essere ben sicuro scrive come sempre il documento in latino ma riporta la testimonianza chiave, di tre contadini, in volgare, la lingua effettivamente già parlata allora dal popolo. E scrive: "Sao ko kelle terre per kelle fini que ki contene trenta anni le possette parte sanctii Benedicti" ("So che quelle terre, con quei confini che qui si descrivono, le possedette trent'anni l'ordine di San Benedetto")

All'ombra dell'Abbazia era nato l'italiano. Montecassino, posto bellissimo, impervio e già santo, rifugio della cultura e del monachesimo, continua nei secoli a catalizzare gli spiriti, ma anche le invidie dei potenti e le distruzioni degli eserciti. Attraversandone il bel Museo, che hanno allestito i monaci vicino all'Abbazia, cavalcherete nei secoli, stupendovi ad ogni resto, documento, testimonianza. Scoprirete che Carlo Magno ne attinge ispirazione per il suo regno. Tommaso d'Aquino vi studia e risiede, come il futuro papa Celestino V. Scrive Giovanni Boccaccio ad un amico nel 1355: "Tu finalmente esperto conoscitore puoi esaminare molte cose, e in questo momento devi scorgerne di splendide nei libri che Montecassino custodisce tra le sue mura".

Ci si metterà anche un terremoto nel 1349 ad insidiare l'Abbazia, ma anche questa volta il monastero sarà ricostruito e nessun monaco perderà la vita. I grandi geni religiosi lo frequenteranno ancora. Come Santa Caterina, San Filippo Neri e Sant'Ignazio di Loyola, che segneranno le svolte riformatrici del Cinquecento e del Seicento.

Nel secolo appena passato, nel Novecento, Montecassino torna ad essere al centro di un dramma mondiale subendo la quarta e forse più terribile distruzione della sua storia. È il 15 febbraio del 1944. Montecassino, che si trova sulla linea del fronte tra tedeschi ed anglo-americani, viene quasi completamente rasa al suolo. Eppure nel monastero non erano alloggiate truppe tedesche! Nella immane distruzione provocata dal bombardamento anglo americano nessun monaco perderà la vita e l'abate del tempo Gregorio Diamare (il cui diario di quei giorni resta un documento impressionante di fede in Dio e di storia contemporanea) riuscirà a portare a Roma tutti i tesori dell'Abbazia, prima del bombardamento. Poi resterà lì fino all'ultimo, accanto al corpo di San Benedetto, preservato dalle bombe, fino a che i tedeschi per ordine del maresciallo Kesserling occuperanno le rovine di Montecassino "a fini militari".

Ma come tutte le distruzioni precedenti, anche l'ultima e la più terribile avrà misteriosamente un esito fecondo nella storia di Montecassino. L'Abbazia ricostruita verrà riconsacrata nel 1964 da Paolo VI che proclama da allora San Benedetto patrono d'Europa.

"Popoli, venite a Montecassino" dirà poi Giovanni Paolo II nella sua prima visita da Papa, "venite a meditare sulla storia passata e a comprendere il significato vero del nostro terreno pellegrinaggio! Venite a riacquistare pace e serenità, tenerezza con Dio e amicizia con gli uomini, per riportare speranza e bontà nelle frenetiche metropoli del mondo moderno, nell'angoscia di tante anime tormentate e deluse!".


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Tratto da un articolo di Alessandro Banfi su Ulisse, la Rivista di bordo dell'Alitalia

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