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Stamattina siamo andati al cimitero, a visitare i nostri morti. Non
avendo defunti intimi colà residenti, le nostre visite si svolgono
serenamente, quasi in allegria. Per me sono anche l’occasione per
rivangare, guardando i nomi e le foto, le vicende del nostro
paesino. I nostri morti sono nonni, zii e parenti piuttosto larghi,
ai quali portiamo un fiore e accendiamo una candelina, per
ravvivarne il ricordo, come vuole la tradizione.
I nonni paterni, purtroppo, sono finiti nella fossa comune e non
possiamo onorarli. Mi sarebbe tanto piaciuto conoscere mio nonno
Calogero Spataro, amante dei viaggi e del buon vino. Di lui non so
nulla, poiché nessuno ne parla in famiglia, credo per vergogna.
La vox populi racconta ch’era un viaggiatore indefesso e
avventuroso. Partiva da Joppolo, con pochi soldi e con mezzi di
fortuna, per lunghi viaggi in nave o in groppa ad un ronzino.
Memorabile è rimasto il viaggio in Tunisia dove si recò per andare a
comprare un… asino di una razza speciale ossia di quelli che
lavorano tanto e mangiano poco. Non lo trovò e ritornò, dopo più di
un mese, senza soldi e senz’asino. Insomma, un vero precursore della
cooperazione siculo-araba!
O l’altro, a cavallo, alla volta della Spagna interrotto per
mancanza di viveri e mezzi a Civitavecchia da dove telegrafò alla
famiglia per tranquillizzarla e chiedere soccorso.
Il nome della cittadina laziale colpì talmente la fantasia dei
paesani che glielo appiopparono come “ngiuria”. E fu questo
soprannome l’unica eredità che il nonno lasciò a figli e nipoti,
quando mori alla bella età di 85 anni. Alla faccia dei suoi
detrattori e critici che, in gran parte, lo precedettero nell’unico
“viaggio” da quale non si torna…
La sera precedente avevamo parlato di questa visita. Le avevo detto
che se avesse portato i fiori ai nonni la notte successiva questi
sarebbero venuti in volo a portarle tanti regalini. Bastava mettere
le scarpine fuori della finestra. Le spiegai che i morti volano
senza avere le ali, non entrano nelle case, si avvicinano alle
finestre e depositano i regalini soltanto dentro le scarpe dei
bambini bravi.
Monica appariva perplessa, non tanto sulla capacità di volare dei
morti, quanto per le sue scarpette che, essendo piccole, non
potevano contenere molti regalini.
Mi propose: “perché non mettiamo anche gli stivali tuoi, della
mamma che sono grandi?”
Mi parve una buona idea e così facemmo.
I morti volanti, i loro doni! Una favola bellissima che ancora
resiste (per quanto ancora?), che rinsalda il legame fra i vivi e i
morti e offre della morte una rappresentazione naturale, umana. Da
ricordare non come un evento tragico ma con una festa, per
l’appunto. A nessuno piace morire, tuttavia la morte è ineluttabile
e pertanto bisognerebbe imparare ad accoglierla senza terrore, con
naturalezza.
Prima era così. Ho visto vecchi contadini in punto di morte,
serenamente seduti al centro del letto, impartire alle mogli, ai
figli e ai nipoti le ultime raccomandazioni a tutela della famiglia
e della proprietà; inviare saluti ai parenti lontani; ricevere
ambasciate e saluti da recapitare agli amici defunti che sicuramente
avrebbero incontrato nel “viaggio”. Veri testamenti morali, quando
non proprio patrimoniali.
Oggi, temiamo, aborriamo la morte perché ci siamo troppo innamorati
della vita!
Perciò, desidero che Monica viva questa ricorrenza come una festa.
Come l’abbiamo vissuta noi, da bambini. Ricordo l’attesa dei morti
volanti e le suggestioni che s’impadronivano della nostra mente: il
fruscio, lieve, delle loro tuniche bianche, la ricerca della scarpa
giusta dove infilare il regalo corrispondente.
“Ascolta, ascolta! Questa mi pare la zia Rosina. Speriamo che non
sbagli scarpa! Era sbadata in vita figurarsi da morta”
In certe notti ventose, ci stringevamo intorno al tavolo, in cucina.
Avevamo paura del vento, del suo atroce sibilo. Mia madre diceva che
quello non era il vento, ma il brusio dei morti che ritornano in
paese a cercare le case dove hanno vissuto, a portare i regali ai
loro bambini.
E l’indomani mattina presto tutti a guardare dentro le scarpe. Ne
uscivano pupi di zucchero, melegrane dai chicchi dolcissimi e
vermigli, taralli e biscotti al vino cotto, panareddri
(panierini) impreziositi con semi di “diavolina” e con un uovo sodo
al centro. Doni semplici confezionati in casa e frutti della nostra
terra generosa.
Soprattutto, c’era grande attesa per i “pupi di zuccaru”, una
sorta di giocattolo commestibile, nelle sembianze di vigorosi
paladini di Francia o di fieri cavalieri saraceni. Eroi-pupi, di
zucchero o di latta, che ancora si contendono il nostro destino!
I pupi c’entrano sempre nella tradizione siciliana, nella vita come
nella festa dei morti. Da loro deriva anche un verbo
“pupiddriari” usato per declinare gli effetti cinetici di un
barbaglio agli occhi. Il pupo è la chiave per aprire lo scrigno
delle nostre finzioni, dei nostri camuffamenti, dei nostri trucchi.
È una maschera, che indossiamo per la vita.
Siamo tutti pupi, secondo Pirandello. Ancora lui! Non so quanto sia
vero tale assunto che potremmo anche accettare solo se fossimo pupi
liberi di vivere nel mondo del fantastico e schivare la pessima
realtà che ci circonda.
Ma nemmeno questa libertà ci è consentita: dietro o sopra i pupi c’è
sempre un puparo che tira i fili.
A Palermo sono maestri nel fabbricare pupi di zucchero e di altro
materiale. Ne ho comprato uno per Monica. Rappresenta una
principessa araba e il suo spavaldo cavaliere con elmo e sciabola.
Domattina, lo troverà nella sua scarpina, sulla finestra…
Tratto da “Monica, storia di un’infanzia ritrovata”,
di Agostino Spataro. Edizioni “Il mio libro”, 2011
Testo
inviato dall'autore al Portale del Sud nel mese di novembre 2012 |