Note e Versi Meridiani

 

 

archivio autore

Catarì

(Marzo)

Saggio sulla canzone di Renato Gargiulo

 

Catarì non è una canzone popolaresca, cioè non è un brano scritto per il popolo o per la Piedigrotta, ma esprime lo stato d’animo del poeta innamorato. Questo spiega perché il suo autore, Di Giacomo, non inserisca nel componimento, come di solito egli fa, il coro. Il brano nasce come poesia con il titolo di Marzo, e perciò è privo del ritornello. Nel 1892 viene musicato da Costa e diventa Catarì. La poesia è un’arietta costituita da quattro quartine di settenari a rima alternata. Su tale metro nel settecento sono state composte graziose musicalissime canzonette celebratissime nell’età romantica ed amate anche dai poeti crepuscolari. Non c’è da meravigliarsi quindi che questo metro venga ripreso dall’autore di Marechiaro. La materia dei versi è il tema amoroso con la raffinata evocazione di paesaggi e di stagioni e con qualche variazione di malinconia, conforme all’ispirazione costante del poeta; malinconia trasfigurata tutta nel canto e risolta spesso nella melodiosità del verso. C’è solo la commozione di chi avverte tutto l’incanto per un spettacolo della natura forte, violento, dolce, esultante, imbronciato. Eccone il testo

Marzo: nu poco chiove

e n’atu ppoco stracqua;

torna a chiòvere, schiove:

ride ’o sole cu ll’acqua.

Mo nu cielo celeste,

mo n’aria cupa e nera,

mo d’’o vierno ’e ttempeste,

mo n’aria ’e Primmavera.

N’auciello freddigliuso

aspetta ch’esce ’o sole,

ncopp’’o tterreno nfuso

suspirano ’e vviole...

Catarì, che vuò cchiù?

ntiénneme, core mio:

Marzo, tu ’o ssaie, si’ tu,

e st’auciello songh’io.

Il testo, straordinariamente evocativo e di grande forza espressiva, è il pacato e malinconico, palpito di un’anima passionale e scontenta reso in una forma ineccepibile, morbida, armoniosa e raffinatissima. Il poeta focalizza la figura della sua donna, Caterina, ora cupa, ora gioiosa, nella variabilità atmosferica del mese di Marzo con momenti di sereno e di violenti temporali, con l’impalpabile solidità delle nuvole e la concretezza del terreno bagnato, mentre, a contrasto, egli si cela dietro le sembianze di un auciello freddigliuso che aspetta un po’ di sole per asciugarsi e riscaldarsi. Si delinea, così, quasi una metafora: all’evento ordinario viene attribuito un senso e ricondotto ad uno schema interpretativo per il quale il tempo variabile è figurazione di un burrascoso rapporto amoroso. Di Giacomo, infatti, non percepisce l’amore come dono di sé, come libertà, pienezza, pace e serenità. Per lui l’amore è controllo e possesso dell’amata così che il suo rapporto con l’unica donna della sua vita, Elisa Avigliano, sua moglie, è arso dalla perpetua gelosia (ampiamente ricambiata), è tormentato dal sospetto ed è continuamente scosso da liti e minacce di separazione. Il sospetto, da parte del poeta, di comportamenti inverosimili attuati da Elisa lascia pensare che egli abbia quasi bisogno di inventarsi situazioni di sofferenza. Forse Di Giacomo ha scarsa stima di sé perché non riesce a liberarsi dell’asfittica tutela della madre, una donna che nel suo affetto morboso tratta il figlio come un ragazzino e, al momento giusto, quando era piccolo, non ha saputo adeguatamente rinforzarlo nella fiducia in sé e nell’autostima. Certo è che gli alti e bassi di questa storia d’amore sono senz’altro fecondi per alimentare la vena del poeta. «La mia anima» scrive alla sua Elisa «è sempre come un cielo ora annuvolato, ora luminoso su cui rapidamente si avvicendano sole e nubi e devo ripeterti, ancora una volta, che il buono e il cattivo tempo lo fai unicamente tu».

L’autore compone qui un canto strettamente intimo, una lirica contemplativa, trasognata, del tutto priva di orpelli e di artifici autoreferenziali.

La canzone già nella suggestiva introduzione fa sentire i brividi dell’innamorato che s’appresta alla prova, la sua agitazione, la gioia subito oscurata dalla paura; infine dai gorghi dell’ansia prorompe l’espressione: «Catarì, [...] st’auciello songh’io».

L’ambiente in cui si sviluppa Catarì è indefinito con contorni tenui e sfumati, con tanti echi e rispecchiamenti, focalizzato solo su alcuni particolari significanti: il cielo variabile, le viole, l’uccello infreddolito. La forte carica evocativa ed emotiva accesa dagli sprazzi di luce su un gioco di opposizioni, realizza un equilibrio compositivo che ricorda la pittura.

L’universo in costante vibrazione, una rispondenza panica tra uomo e natura sono le cifre di Di Giacomo: è l’inebriante desiderio di sciogliere la realtà circostante entro – prendendo in prestito l’espressione di Pasolini – un «suono cosmico» che raccolga ogni timbro e ogni accento del creato, ogni repentina metamorfosi dello stato delle cose, in perenne divenire (come dimostrano le irrequiete fasi di cambiamento atmosferico), tradotti in una frenetica accelerazione e variazione ritmica, con l’ausilio di un settenario mobile e lieve.

Il senso della luminosità, qui come altrove, è molto vivo. Di Giacomo, poeta più dello splendore che del colore, coglie dell’ambiente i contrasti senza soffermarsi sulle tinte: la scena risulta sostanzialmente acromatica, nonostante sia ambientata di giorno. È solo il cielo ad essere investito da macchie di colore: Mo nu cielo celeste / mo n’aria cupa e nera. Qui, il dato visivo, “celeste”, è messo in rima con la sua opposizione cromatica ttempeste e altrettanto accade con "nera" collegato dalla rima Primmavera. Alcune versi di rara bellezza ci presentano immagini di raffinato lirismo: ride ’o sole cu ll’acqua; suspirano ’e vviole... Il sole, come un bambino, sembra giocare con la pioggia, a nascondersi, a presentarsi all’improvviso, a sorridere scherzoso... la frase evoca la suggestione di una gara amichevole, quasi un rincorrersi tra il sole e la pioggia e ciò mentre le viole, come l’auciello, aspettano con ansia il bel tempo in un anelito (suspirano) che racchiude tutta la malinconia dell’inverno. Da notare che immagini simili si ritrovano nella poesia Bongiorno, Ro’, anch’essa sviluppata su quartine di versi settenari a rima alternata. In essa il gioco tra il sole e la pioggia è espresso dal distico Nun vide? ’E luce ’e sole / luceno ’e st’acqua ’e file al quale segue il verso che esprime il rapporto pioggia-viole: è ’a morte d’’e vviole. L’essenzialità della parola "Marzo" per introdurre la composizione trova riscontro in un’altra poesia del nostro autore, Na tavernella, dove la parola di apertura è "Maggio".

L’esame del breve lirica, Catarì, lungo l’asse della progressione, cioè lungo il suo sviluppo narrativo, ci porta ad individuare nel testo una piccola metafora scandita in tre momenti:

– descrizione ambientale, con tempi ed eventi: uno spazio che si fa espressione poetica dell’avventura interiore dell’autore;

– presentazione della situazione contingente del protagonista;

– traduzione delle relazioni sottese con i confronti tra l’uccello e il poeta e tra marzo e la donna.

La poesia si sviluppa intorno al tema della relazione di coppia tormentata e litigiosa che sospira, come le viole nei versi, una irraggiungibile pace (sarebbe come volere Marzo sempre sereno!): la trasfigurazione lirica delle immagini riesce a rendere il relativo assoluto e il contingente necessario.

Se diamo un’occhiata alle prime due quartine ci accorgiamo che la scena, non statica ma in continuo dinamico divenire tra chiaro e scuro, calma e subbuglio, sole e nuvole, sereno e acquazzone, caldo e freddo, appare a tratti animata da un soffio vitale, come se possedesse l’essenza di realtà vivente, l’essere creatura piuttosto che semplice sfondo o quinta, quasi luogo dell’anima in relazione affettiva con l’esperienza esistenziale dell’autore: la pioggia e il sole giocano tra loro e le viole sospirano. Questo spazio assume caratteri ideali, non frutto di osservazione del momento, ma il risultato di un processo di ricostruzione basato sull’osservazione e sulla memoria, esperienza vissuta nel fondo dell’anima e trasfigurata dalla sensibilità dell’artista; è lo stesso spazio di cui si compone la fantasia figurata e fonica e tattile dei sogni. Di Giacomo che si astrae dal reale, quello amoroso come quello paesistico, come quello della vicenda delle stagioni per trasmettere risonanze emotive intense ed evocative, mai banali, capaci di andare oltre il tempo, in un’ora eterna in cui l’esperienza vissuta assume una valenza che trascende l’ovvio, diventa trascrizione di sentimenti e stati d’animo latenti. Non siamo affatto nella rappresentazione della vita, ma nella purezza assoluta della parola e del ritmo. È in questo territorio solo immaginato che erompe improvviso ed imprevedibile il brillare del sole, l’esultanza della pioggia e il palpito dell’aria. Notiamo che, quanto più il poeta procede nella sua lettura dei ritmi della natura tanto più riesce a rappresentare tutto ciò in modi di estrema semplificazione figurativa: da qui la freschezza delle immagini e dei colori delle cose che accompagnano le sue contemplazioni paesaggistiche, le sue memorie di paesaggi e personaggi dell’anima, quando ogni urgenza autobiografica e descrittiva è stata placata e filtrata. Vale qui la pena di ricordare il peso schiacciante o, meglio, l’onnipresenza in tutta la poesia digiacomiana delle notazioni atmosferiche, sempre funzionali alle vicende e ai sentimenti messi in scena: da Pianefforte ’e notte, a Si dummeneca è bon tiempo, da Bongiorno, Ro’!... a ’E ccerase ecc.

Tutta la seconda quartina è caratterizzata dalla ricorrenza verticale anaforica “mo”, che scandisce il ritmo: un tempo fatto di sprazzi con un ritmo regolare e festoso nel quale si incastona l’inversione preziosa ed elegantissima di termini: d’’o vierno ’e ttempeste. “le tempeste dell’inverno”. Le parole hanno qui una specie di esultanza musicale, i versi, avvolgenti, disegnano emozioni pulsanti, idealizzate in immagini dal notevole potere visionario nella quali il personaggio animato è (ancora) assente. Nella poesia si rileva una consumata perizia letteraria, e soprattutto il riecheggiamento, l’eco della melodica settecentesca, di cui il Di Giacomo è studiosissimo. Il dialetto napoletano perde l’aria popolare e veristica delle canzoni di Piedigrotta per farsi pura melodia verbale, dagli accordi lirici stilisticamente raffinati. La rappresentazione è sintatticamente condotta tutta per frasi nominali giustapposte brevi o brevissime, come una serie di accordi netti in sé e insieme concatenati.

Il distico iniziale della terza quartina, N’auciello freddigliuso / aspetta ch’esce ’o sole, rappresenta il momento centrale della lirica, ogni immagine che prepara e segue questa strofa fa da sfondo alla sconcertante tenerezza suscitata da quell’uccellino bagnato che aspetta speranzoso una breccia di luce in una scena soffocata dalle nubi. Se le viole si fanno compagnia, l’uccello è, invece, solo e rende il senso dell’isolamento esistenziale dell’individuo. La quartina nel suo insieme assurge a simbolo universale della malinconia, intesa come emozione comune a tutti gli esseri umani ed espressa con intenso struggimento e toccante dolcezza sognante.

Il vivido gioco di luce piena e velata che riempie e caratterizza lo spazio circostante delle quartine precedenti si sposta sul fondo e l’uccellino e le viole in attesa di una tregua al loro travaglio si stagliano a immagine della fugacità della vita e del tempo che la consuma. Le esistenze di questi personaggi viventi, infatti, appaiono accomunate da un unico destino: se la pioggia dovesse continuare le viole morranno, e probabilmente anche l’uccellino. Così per il poeta: se la burrasca dovesse continuare l’amore potrebbe finire, potrebbe risolversi con l’abbandono, la separazione. Ma mentre per l’uccellino e le viole è "Marzo" a decidere della loro sorte, per il poeta è solo Caterina. Possiamo, perciò, leggere nei versi un senso di instabilità e provvisorietà, segnato dalla consapevolezza dell’incombenza della fine, della morte. Il senso di attesa e di tensione silenziosa, ha il compito di illustrare il travaglio dell’amore, la paura di vivere e la morte, ovvero le situazioni e le emozioni che attraversano l’esistenza di ognuno. Ma la bellezza delle immagini, il loro respiro poetico stemperano questa tensione e sublimano in uno spleen che è coscienza dell’incertezza, del caduco.

Adesso però bisogna cambiare registro perché dalla descrizione ambientale bisogna passare alle dichiarazioni dell’autore. Di Giacomo risolve questa situazione in modo immediato e quasi naturale con una domanda diretta alla sua donna seguita da un’esortazione: Catarì, che vuò cchiù? / ntiénneme, core mio. La donna diventa l’interlocutrice muta del poeta, quasi il suo alter-ego nello straziante dialogo con se stesso, rappresenta il polo delle speranze e del desiderio di vivere una vita piena, continuamente messo in forse e contrastato dalla certezza della vanità e dell’inutilità di ogni cosa, poiché è la morte a vincere sull’amore e sulla vita. A questo punto il ritmo cambia, i versi si fanno più andanti, meno spezzati. Dai particolari esterni si trapassa al motivo principale della lirica.

Caterina dovrebbe saperlo che Marzo è Lei! Il suo essere volubile è espresso, come in un quadro impressionista, da questo mese: pioggia e sole, un po’ inverno e un po’ primavera. Non è difficile vedere nel riso del sole il suo sorriso, nell’aria cupa il suo viso imbronciato, nella primavera l’incanto della sua bellezza, nelle viole la sua grazia: ognuno dei motivi descritti prelude la trepida attesa della riconciliazione. Ognuno dei particolari (assaporato come le emozioni più intense e profonde) è come sospeso tra due pause, e si pone lieve nei versi.

Questa ultima quartina è parsa a qualche critico da espungere come improvvida e stonata, sebbene esprima il motivo ultimo di questa evocazione del marzo, che vive nel paragone di una donna capricciosa, forse ispirata dalla memoria di una «idea platonica» del marzo. Perciò pur sentendo che l’ultima quartina scade dall’altezza elaborata delle tre precedenti, dobbiamo alla sua presenza un approfondimento visivo e lirico di tutta la poesia.

Salvatore Di Giacomo rivela il proprio mondo interiore, cantando con struggente intensità impressioni e sensazioni folgoranti, subitanee, fissando attimi emozionali ed emozionanti fatti di silenzio, solitudine, attesa per un temperamento tormentato, ferito. Egli ha il dono di far vibrare con una intensità ed un fascino che pare privo di ogni peso culturale le immagini più umili e insospettate, come se egli avesse il cuore negli occhi, e tutto ciò che egli vedesse si trasferisse dalla cronaca in una sorta d’incanto. La sua poesia è modulata appena su dolci note di versi vellutati, gustate fino alla loro estrema vibrazione; una poesia fatta di cose comuni, che nasce da uno scroscio di pioggia, da un cielo azzurro o nuvoloso, da un’aria frizzante ora soavemente malinconica ma sempre fresca.

Pasquale Mario Costa nel 1892 musica la lirica senza alterare la sostanza dei versi ma operando alcune manipolazioni. Essendo la poesia troppo breve e non avendo la forma consueta della canzone napoletana, di tre strofe con ritornello, il musicista risolve problema della lunghezza del brano e della mancanza di struttura strofica in questo modo: assegna musicalmente le prime due quartine della lirica ad una stanza e le seconde due ad un’altra stanza. Attribuisce, poi, un diverso periodo musicale a ciascuna quartina di ogni stanza facendo iniziare la seconda con una melodia cromatica crescente. Per allungare il brano riprende il distico iniziale (Marzo: nu poco chiove / e n’atu ppoco stracqua) e lo utilizza ora come una specie di ritornello a cui fa seguire nuovamente la musica della seconda quartina per concludere con la riproposizione del distico iniziale che ora funge da epilogo. La prima strofa diventa pertanto:

Marzo: nu poco chiove

e n’atu ppoco stracqua;

torna a chiòvere, schiove:

ride ’o sole cu ll’acqua.

Mo nu cielo celeste,

mo n’aria cupa e nera,

mo d’’o vierno ’e ttempeste,

mo n’aria ’e Primmavera.

Marzo: nu poco chiove

e n’atu ppoco stracqua;

Mo nu cielo celeste,

mo n’aria cupa e nera,

mo d’’o vierno ’e ttempeste,

mo n’aria ‘e Primmavera.

Marzo: nu poco chiove

e n’atu ppoco stracqua;

La seconda strofa subisce lo stesso trattamento, almeno secondo gli spartiti attualmente in commercio di Bideri e di Ricordi. Lo spartito, invece riportato da Plenizio (quasi sicuramente quello conservato nella biblioteca del conservatorio di S. Pietro a Majella) prevede una diversa articolazione della seconda strofa. Anche qui ci troviamo di fronte ad un andante in 3/4 ma la tonalità è in Mi minore piuttosto che in Re minore come in tutti gli altri spartiti. La seconda strofa, si diceva, segue gli stessi periodi musicali ma è così sviluppata:

N’auciello freddigliuso

aspetta ch’esce ’o sole,

ncopp’’o tterreno nfuso

suspirano ’e vviole...

Catarì, che vuò cchiù?

ntiénneme, core mio:

Catarì, che vuò cchiù?

ntiénneme, core mio:

Marzo, tu ’o ssaie, si’ tu,

e st’auciello songh’io.

Catarì, che vuò cchiù?

ntiénneme, core mio:

Catarì, che vuò cchiù?

ntiénneme, core mio:

Marzo, tu ’o ssaie, si’ tu,

e st’auciello songh’io.

Nella prima strofa il ripresentarsi «regolare» con il medesimo profilo melodico delle prime quattro battute del canto conferiscono al distico di apertura un carattere di ricordo di una melodia lontana, appena suggerita nella sua brevità e ripetuta come una nenia o come un proverbio antico. Una breve meditazione sull’ineluttabilità del dolore, sull’impossibilità di agire e su quella quieta consapevolezza e accettazione che permette trattare i temi più amari con una sorta di razionale distacco. Ne risulta un componimento che realizza una felice sintesi di questi sentimenti, di grande suggestione e rara eleganza, un lavoro con una notevole componente onirica e surreale, intimo e raccolto che evoca un clima di passionalità lacerata e che sa cogliere il nucleo lirico profondo del testo, innestandosi naturalmente sui versi, dai quali ne fiorisce rigoglioso, per concedersi ampi spazi di meditazione ed esaltare con plastica evidenza la sostanza del messaggio poetico. Costa, partendo dall’alto potere descrittivo dei versi, crea una forte correlazione espressiva tra poesia e musica realizzando un felice equilibrio tra la diffusa malinconia di fondo esaltata dall’uso del modo minore, e gli sprazzi di poesia più luminosi, con una spontaneità e immediatezza di sentimento e secondo una freschezza inventiva, ricca di garbata intimità lirica, increspata da quel senso elegiaco della vita, tipico della personalità dell’autore.

La melodia è di una levità trasparente e pur ricca di sostanza passionale, estatica e calda come il sole primaverile, con un afflato meditativo forte come non mai e sempre di estrema raffinatezza, richiama alla mente l’eco lontana di suggestioni spagnoleggianti e di schiette e genuine melodie popolari in voga in città e verso le quali si avverte una vena di nostalgia.

L’intensa costruzione musicale di durata contenuta, ma di notevole forza comunicativa, capace di esaltare il fascino del contesto ambientale, guida l’ascoltatore in un suggestivo viaggio interiore, permettendo di cogliere luminescenze e di catturare pregevoli riflessi armonici lungo percorsi che sono quelli delle vie del cuore.

Sul giornale l’Occhialetto dell’8 settembre 1892, che ripubblica la canzone, si legge «Catari’ è la canzone dell’ ‘Occhialetto’ per la quale s’è dovuta pubblicare la seconda edizione del giornale; eseguita dall’orchestra in Piazza Plebiscito è di un effetto irresistibile, seduce nella passione del verso e nella soavità della frase: è come la dolce carezza d’una mano gentile e morbida, è il profumo di una rosa agonizzante sul petto d’una bella fanciulla, è il bacio dell’innamorata...».

Catarì è un piccolo classico della canzone napoletana, piccolo perché, sebbene abbia avuto un grande successo, non ha raggiunto la notorietà internazionale di altre canzoni (Funiculì funiculà, ‘O sole mio, Torna a Surriento, …). Il motivo va ricercato nel fatto che il brano non ha una tessitura musicale capace di esaltare le voci liriche cosa questa che l’ha fatto trascurare dai grandi tenori internazionali (Caruso, Gigli, Di Stefano, Lanza, ,,,), e inoltre non ha un ritornello né un periodo musicale trascinante, di grande impatto popolare (in realtà resta più una romanza da salotto borghese che una canzone in grado di affascinare le masse). Ciò nonostante la canzone è stata incisa da tutto il gotha dei cantanti con repertorio napoletano: ai vari Sergio Bruni, Mario Abbate, Nunzio Gallo, Giacomo Rondinella, Mario Merola, Pino Mauro, Nino Fiore, Peppino Brio si sono aggiunti in tempi più recenti Massimo Ranieri, Nino D’Angelo, Antonello Rondi, Lina Sastri, Enzo Gragnaniello, Teresa De Sio, Valentina Stella. Anche qualche voce lirica si è cimentata con questa canzone: De Lucia, Venturini, Parisi, Gabre’, Angione, Daniela Del Monaco.

In realtà, nessuno degli interpreti che sono riuscito ad ascoltare segue l’articolazione originale dello spartito, né Murolo, né Sergio Bruni, né Mario Abbate, né Fausto Cigliano, né alcun altro: tutti preferiscono operare dei tagli. Le varie versioni disponibili, staccano la prima strofa dopo aver ripetuto una sola volta il distico iniziale (Marzo: nu poco chiove / e n’atu ppoco stracqua). La seconda strofa, invece, viene articolata in modo alquanto libero da ogni cantante. Solo Carlo Buti, tra quelli da me ascoltati, segue pedissequamente, per questa strofa, lo spartito di S. Pietro a Majella. Per quanto riguarda le suggestioni spagnoleggianti dell’armonia, invece, solo la versione di Teresa De Sio, le mette bene in risalto attraverso un buon accompagnamento chitarristico.

Renato Gargiulo


Pubblicazione de Il Portale del Sud, maggio 2016

Centro Culturale e di Studi Storici "Brigantino - il Portale del Sud" - Napoli e Palermo admin@ilportaledelsud.org ®copyright 2016: tutti i diritti riservati. Webmaster: Brigantino.

Sito derattizzato e debossizzato